Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 19-21) dal Vangelo del giorno (Gv 6, 16-21)
Dopo aver remato circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non temete». Allora vollero prenderlo sulla barca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano diretti.
Audio della riflessione
La nostra vita è proprio una barca che solca mari, fiumi, torrenti, oceani a seconda della capacità di libertà che ci creiamo, a seconda della vocazione che ciascuno vive o delle situazioni che la vita ci costringe spesso ad affrontare. Qualche volta sembra tutto tranquillo, altre volte ci si sente buttati in problemi più grandi di noi, spesso ci si sente alla deriva, senza mete e certezze. La nostra vita, la nostra barchetta deve destreggiarsi in mezzo a tante situazioni difficili. La meta è il porto della felicità, ma la barca non scivola da sola verso la felicità, va orientata, occorre tenere il timone nella direzione giusta. E spesso il timone si rompe o scende la nebbia a occultare la meta e rischiamo di perderci. Spesso siamo senza bussola, nessuno ci può indicare la strada.
Gli apostoli un giorno partono da soli e prendono il largo, non c’è Gesù. Infuria una bufera che mette a repentaglio la loro vita. Continuano a fare miglia e miglia senza toccare riva, senza arrivare al porto, girano su se stessi. Scorgono Gesù da lontano che li incoraggia, lo prendono con sé e rapidamente la barca toccò la riva. Contro la loro fatica inutile, con Gesù riescono con rapidità a giungere alla meta.
E’ troppo evidente il significato. Con Gesù nella barca della nostra vita non dobbiamo temere niente, non giriamo a vuoto, non torniamo disperati sui nostri passi, come quando si perde la strada; non lavoriamo per niente, non ci perdiamo d’animo, né ci possiamo scoraggiare. Lui è il Signore della vita, Lui ci ha creati e ci ama ad uno ad uno, Lui ci può salvare.
Il nostro unico impegno è di fidarci di Lui, di affidarci alla sua potenza e alla sua bontà. Sembrerebbe facile, ma occorre una grande fede, una profonda fiducia, un taglio alla radice delle nostre false sicurezze, cui ci abbarbichiamo, che difendiamo pur sapendo che non portano a niente. Crediamo di essere noi gli artefici della nostra vita, invece è Lui.
Avere fiducia in Dio non significa abbandonare la lotta o consolarsi della debolezza, ma avere la certezza che il cielo non è vuoto e che le nostre strade sono illuminate dalla sua presenza infallibile. Questo ci dà forza e decisione, ci fa affrontare i pericoli che rimangono sempre da superare, ma senza paura perché c’è Lui.
Una riflessione sul Vangelo del giorno (secondo Giovanni, captolo 6, versetti 1-15)
1 Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». 15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.
Audio della riflessione
Dicono … che i giovani sono sbadati, che occorre sempre rimproverarli perché si dimenticano tutto … non sono poche le mamme o i papà che rincorrono i figli per portare loro a scuola o al lavoro ciò che hanno dimenticato.
Non è stato così di quel ragazzo che è andato a vedere Gesù sulla montagna: ne aveva sentito parlare, sicuramente, aveva anche lui una voglia incontenibile di vederlo, di sentirlo, di poter raccontare agli amici: io c’ero.
E’ tanta la gente che segue Gesù, che resta incantata dai suoi discorsi: si appassionano talmente a quanto dice che dimenticano tutto.
Lui invece, il ragazzo, il famoso sbadato, sa che a tempo giusto gli viene una fame da lupo, gli si fa un buco nello stomaco che nessuna parola può riempire. Che fa? si prende in saccoccia dei panini. Andrea ha allungato gli occhi e glieli ha contati: cinque pani e due pesci.
E’ difficile capire come mai Andrea di fronte alla pratica impossibilità degli apostoli di affrontare il problema della fame della gente, faccia a Gesù questa affermazione: c’è qui un ragazzo con cinque pani e due pesci… Che vuoi dire Andrea? Stai canzonando Gesù? Stai dichiarando la tua impossibilità a fare qualcosa? Credi che Gesù invece la possa fare? Sei tu stesso che dici: ma questi panini, che vogliono dire, che importanza hanno? La nostra capacità di intervenire che è di fronte a tanta gente?
La soluzione veramente lui ce l’ha: ciascuno si arrangi, che vadano ciascuno a casa sua, ciascuno pensi per sé. Non ha ancora capito niente dal maestro. Non ha capito che con Gesù il verbo arrangiarsi è sostituito da condividere, da lavorare assieme, da mettere a disposizione ciascuno il suo piccolo o grande contributo.
E Gesù moltiplica pani e pesci; e questa riserva del ragazzo diventa per Gesù il punto di partenza per sfamare tutta la gente.
L’offerta spontanea della propria debolezza è sempre inizio di un miracolo di amore. Lo sanno molto bene i santi che si sono fidati della provvidenza. Dio vuole sempre che mettiamo la mano sul fuoco per lui, che non dubitiamo, che siamo certi che farà sempre la sua parte.
La speranza nasce dalla fiducia e dalla generosità di chi rischia per amore, non dalla sicurezza di chi possiede.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 31) dal Vangelo del giorno (Gv 3, 31-36)
«Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti.».
Audio della riflessione
Occorre spesso un colpo d’ali per alzarsi in volo sulla nostra vita e coglierne le dimensioni infinite che si porta dentro: siamo troppo appiattiti sulla terra, troppo ingolfati nella materia.
Con la scusa che dobbiamo risolvere i nostri problemi, che tutto quello che diciamo deve avere un riscontro concreto, ci siamo abituati a calcolare tutto secondo un interesse materiale: quanto costa? A che cosa serve? Che cosa mi viene in tasca? Alla fine che cosa mi porto a casa?
Sono le domande più normali con cui affrontiamo la vita … poi, grazie a Dio ci accorgiamo che ci sono realtà importanti che non stanno in questi angusti schemi: il gioco per esempio, la musica, la bellezza, l’amore, lo spirito.
La religione deve essere di questo tipo: deve aiutarci a librarci nel cielo della gratuità di Dio!
Chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra, dice il vangelo, invece noi sappiamo che veniamo dal cielo, che il nostro futuro, il nostro passato, la nostra prospettiva è più grande: si usano termini come terra e cielo non per disprezzare il creato in cui viviamo e nemmeno per illudere di un posto diverso, astratto in cui dobbiamo vivere, ma per dare alla nostra vita una dimensione più completa, più vera.
Se c’è un difetto nel nostro tempo è proprio quello di aver appiattito tutto sulla percezione dei nostri sensi: quello che non vediamo e non tocchiamo non fa più parte del nostro orizzonte! Invece Gesù è venuto a presentarci un mondo “altro”, una vita futura, un Padre nostro che sta nei cieli.
Curiamo il corpo, ma sappiamo bene che è la faccia di un’anima che non muore mai, che non si può costringere sulla nostra terra.
Tanta nostra infelicità è dovuta all’appiattimento, alla prigione che ci siamo costruiti: ci siamo collocati in un bicchiere d’acqua e continuiamo a sbattere contro le pareti, mentre il nostro vero habitat è il vasto mare della vita che viene dall’alto, dal misterioso mondo di Dio.
C’è un vento dello Spirito che soffia su di noi e dà vita vera e dona Vita Vera: la creazione lo ha atteso, Gesù lo ha inviato.
Abbiamo bisogno di un’anima per tutte le cose: quest’anima viene dall’alto.
La risurrezione ha aperto i nostri confini, ha offerto gli orizzonti infiniti di quel Dio che anche in questo non ci abbandona mai.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Audio della riflessione
L’idea di un .. qualche castigo che la nostra vita si merita è abbastanza diffusa; dipende certo da come siamo stati educati, ma anche da una naturale tensione alla bontà, così che quando siamo inadempienti sentiamo un rimorso: ci alziamo il mattino e la nostra mente va subito a quello che abbiamo fatto, e il nostro errore richiama l’idea di una “riparazione”, di qualcosa da pagare per mettere almeno “in pari” la nostra vita.
Molto spesso si pensa che Dio debba regolare il “pareggio” tra male e bene … attraverso un “castigo”, una riparazione fatta con il castigo”.
Il Vangelo invece dice “Dio non ha mandato il figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui”; Dio è sempre per la pienezza della vita e ha altri modi di pareggiare il conto – se vogliamo così dire – tra male e bene: l’amore!
Se c’è un progetto su questo mondo, che molti dicono essere “fatto a caso”, è proprio quello della salvezza di tutti: è il grande desiderio di Dio di fare in modo che ogni uomo raggiunga la felicità, la pienezza della vita … e a questa proposta, a questa domanda, risuonata fin dall’eternità “chi andrà per noi in questo mondo che si sta autodistruggendo?” Gesù aveva risposto “Eccomi, manda me”.
Siamo entro un progetto di amore, non di pareggio dei conti: la giustizia di Dio è l’amore, è la possibilità per ciascuno di prendersi in mano la vita; è una giustizia vera non una vendetta o una ritorsione, una pena o una riparazione.
La croce che Gesù s’è caricata sulle spalle è ricomposizione dell’ordine del creato, la vittoria del bene sul male, non il castigo!
Questi sono i discorsi del risorto: “Andate in tutto il mondo, annunciate e perdonate, rimettete i peccati.” … quello che Gesù ha fatto in vita deve diventare prassi normale dei suoi discepoli, e di tutti i cristiani.
Si teme spesso che un atteggiamento di questo genere “crei assuefazione”, dia la stura a gente che se ne approfitta … certo, nell’educazione delle giovani generazioni occorre una pedagogia della giustizia, del fare il proprio dovere, di mettere sempre … tutti davanti alla verità delle proprie azioni e responsabilità, ma la chiave risolutiva è sempre l’amore.
L’amore sta di casa nel cuore e solo Dio ne ha la chiave … perché è il solo che ci apre il cielo e dà alla nostra terra desolata la luce di una presenza di salvezza.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 7-8) dal Vangelo del giorno (Gv 3, 7b-15)
«Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito».
Audio della riflessione
Ci capitano alcune volte delle esperienze di vita in cui diciamo “mi sembra di rinascere, mi sento rinato a una vita diversa”: può essere l’aver trovato un lavoro, l’essere uscito dall’incubo di una malattia, di cui non si vedeva la fine – come la pandemia, l’esperienza gratificante dell’aver incontrato la persona cui dedicare l’amore della nostra vita, una forte esperienza spirituale.
Ecco … nel discorso notturno tra Gesù e Nicodemo si parla proprio di questo vento misterioso dello Spirito che entra nella vita di una persona inaspettatamente e la cambia: Nicodemo era andato da Lui – come tutti sappiamo – di notte; forse la sua posizione di prestigio nel Sinedrio non gli permetteva di avere contatti ufficiali, forse voleva tenere per sé e non sbandierare a tutti i tentativi di ricerca della verità per trovare quella felicità cui tutti siamo chiamati, sicuramente Gesù lo aveva “incantato” e in Lui era sicuro di trovare risposta a tutti i suoi perché.
La risposta non si fa attendere: “occorre rinascere”, la vita va riportata a un nuovo inizio; non si può vivere di restauri, di pezze, di aggiustamenti, occorre affrontarla ex novo, da un altro punto di vista.
Capita spesso così anche a noi, quando vediamo che non ce la facciamo a cambiare, a dare una svolta positiva al nostro continuo tornare nel peccato, nel vizio, sulle strade dello spacciatore o del venditore di illusioni, del gioco o dell’alcool … occorre rinascere, affidarsi allo Spirito.
La risurrezione, che ancora sta al centro della riflessione e della esperienza pasquale, è questa novità che dobbiamo abituarci a fare nostra:
non siamo destinati, ma chiamati;
non siamo abbandonati, ma ricuperati;
non siamo condannati, ma salvati!
La tentazione di vivere come se non fossimo destinati alla risurrezione è grande: la nostra scarsa fantasia prevede sempre che tutto sia come prima, che si tratti di piccole correzioni di rotta, di qualche sentimento un po’ più buono che dopo Pasqua possiamo anche nutrire … invece è una vita nuova che deve risorgere, è una vera conversione.
Questa forse è la parola che più permette di capire che cosa Dio sta scrivendo nelle nostre esistenze: un cambiamento, una nuova meta, una vita del tutto diversa, un insieme di desideri e di ideali alti cui sempre occorre rispondere.
E’ lo Spirito che soffia dentro le nostre vite e le lancia su nuovi orizzonti, gli orizzonti di quel Dio che non ci abbandona mai.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 1-8)
Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».
Audio della riflessione
Rinascere è l’aspirazione di ogni persona che ha provato delusioni nella vita, che si è dovuto incontrare con esperienze negative che gli stanno intorbidando l’esistenza … nel computer c’è una operazione facilissima che ci permette di partire da capo, dopo che in maniera maldestra magari abbiam fatto confusione, abbiamo rovinato file e programmi: resettare, portare il sistema allo stato iniziale, permette di cancellare tutto e di ripartire di nuovo, reimpostare, cambiare modo di lavorare, di scrivere, di progettare.
La vita … la possiamo resettare? C’è un comando facile che ci permette di tornare ai box di partenza come se niente fosse?
E’ stata la domanda di Nicodemo a Gesù: c’è andato di notte, perché lui era un uomo in vista e la sua posizione non gli permetteva di avere consuetudini con Gesù, di compromettersi con Lui … e la domanda che gli fa è di poter riuscire a intravedere un nuovo progetto del vivere.
Lo aveva sentito tante volte parlare di regno di Dio, di nuovo mondo, di storia di bontà e di amore; è possibile vederne nascere un germe? E Gesù: per vedere un mondo nuovo occorre nascere di nuovo, c’è una nuova nascita che il cristiano deve accogliere e deve cercare: è la nascita dall’acqua e dallo Spirito.
Noi lo chiamiamo battesimo: è l’unica possibilità che ci è data di morire a un mondo vecchio e nascere a un mondo nuovo; possiamo resettare la vita solo così, lasciandoci immergere nella morte di Cristo e nella sua risurrezione, per questo è fondamentale per il cristiano il battesimo: è un lavoro che fa solo lo Spirito Santo, perché è solo Lui che ricostruisce nella vita degli uomini e delle donne i lineamenti della vera vita, quella di Gesù.
Lui è artista, Lui – lo spirito – è scultore, Lui è forza, Lui è l’amore … a noi sembrano solo gocce di acqua che passano scivolando sulla testa dell’uomo, del bambino, della persona, invece il battesimo è una vera e autentica collocazione del nuovo cristiano nel mondo di Dio.
Lavare i peccati non è opera di bucato, ma è generazione a una nuova vita: non solo cancella, ma fa vivere; non solo libera, ma fa diventare liberi: è la sorgente da cui zampilla speranza vera, vita nuova.
Una riflessione esegetica sul Vangelo secondo Giovanni (Gv19,25.20,1-2.11-18 )
Lettura di Gv 19,25
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala.
Lettura di Gv 20,1-2
Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Lettura di Gv 20,11-18
Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.
Audio della riflessione esegetica – parte prima
Maria di Magdala è un personaggio fin troppo … “chiacchierato”: su di essa si sono scatenate molte fantasie … invece noi oggi vogliamo conoscerla nella sua verità per capire la sua appassionata e coraggiosa ricerca di Gesù, e perché la nostra fede sia aiutata a crescere.
Le notizie (su di lei) che sollecitano la nostra fede sono essenziali:
è nel gruppo di donne che seguono Gesù;
è presente al Calvario;
vede con il gruppetto di donne dove seppelliscono Gesù;
va al sepolcro il mattino di Pasqua;
trova che la tomba è vuota;
chiama gli apostoli e ritorna al sepolcro a piangere la perdita di Gesù …
… e finalmente lo incontra.
Molti – purtroppo – pensano che la fede sia un “tranquillante dell’anima”, un “oppio per dimenticare” o per addormentare i problemi … invece è una grande e rischiosa avventura spirituale … e Maria Maddalena ce ne indica i passi fondamentali.
La fede ha come … punto di partenza la ricerca: una ricerca non superficiale, ma appassionata che coinvolge tutto se stessi.
Noi arriviamo a credere veramente in Cristo solo quando sentiamo la sua assenza dalla nostra vita come un fatto insopportabile. Abbiamo noi questo desiderio di incontrare il Signore, di correre alla sua ricerca? Abbiamo la volontà di non arrenderci di fronte alle difficoltà della vita? Quante volte siamo tentati di abbandonare la lotta della fede, o di annacquarla riducendola a facciata, routine, senza nerbo ne entusiasmo: è il banco di prova, il momento migliore che ci è offerto per rinsaldarla cercando Gesù, amandolo anche quando mi sembra assente, riconoscendolo come il “tutto della mia vita”, come “colui che è il mio Signore”.
Alla Maddalena lo potranno portar via dal sepolcro, ma non dal cuore!
A noi lo cancellano le nostre superficialità, la nostra autosufficienza, il nostro benessere, la nostra sicumera … ma, quale è il segreto che ha permesso a Maria Maddalena di continuare a cercare il Signore, di non scoraggiarsi, di avere nel cuore una tenacia imbattibile e quindi di incontrarlo? Il segreto è che Maria Maddalena aveva fatto una scelta precisa: era stata in contatto personalmente con Gesù Crocifisso.
Gli apostoli erano … fuggiti quasi tutti: erano rimasti in quattro, sua madre Maria, la sorella, Giovanni, Maria Maddalena e la sua amica, Maria di Cleofa.
Entro un atmosfera generale di odio, di indifferenza, di grettezza brutali Gesù muore e trova accoglienza solo in queste persone, che non si preoccupano dell’ostilità e dell’odio che hanno attorno, perchè sono “calamitate” da quella croce.
Certo, stare sotto la croce fa paura, perchè non ci si ritrova in grande compagnia: ci si isola terribilmente, ci fa sentire in minoranza nel mondo, ma la chiesa è proprio nata da quello sparuto gruppo che ha saputo stare sotto la croce e attendere la resurrezione.
E Gesù risorto, amato, cercato si dà a vedere e diventa l’unica speranza della nostra vita: nel pieno della nostra faticosa e sofferta ricerca lui stesso ci viene incontro improvvisamente e ci trova prima che noi troviamo Lui. Così capita alla Maddalena.
Audio della riflessione esegetica: parte seconda
Un confronto fra i due passi – che riguardano la Maddalena – che abbiamo letto (Capitolo 20, i versetti 1 e 2 e poi più avanti i versetti 11-18) ci aiuta a seguire meglio le tappe di questa progressione.
Il primo testo racconta gli spostamenti di Maria e la sua tensione crescente: “viene… al sepolcro”; poi ritorna correndo a portare il suo messaggio ai discepoli, ma nella seconda scena tutto si svolge al sepolcro, tutto è tranquillo e denota una specie di ostinazione di Maria … a differenza dei discepoli, “ella stava presso il sepolcro”: non voleva abbandonarlo, manifestando così il suo attaccamento a Gesù.
Si sporge all’interno del sepolcro, guarda attentamente … «due angeli seduti ai piedi e alla testa di un corpo assente » … nelle parole che rivolge loro, ella ripete il messaggio che aveva già portato ai discepoli, ma con due modifiche significative: ai discepoli aveva detto «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno messo», agli angeli dice «Hanno portato via il mio Signore e io non so dove l’hanno messo».
Prima (in 20, 2) era semplicemente messaggera presso i due discepoli: adottava il punto di vista di tutto il gruppo – insomma – ma la sua risposta è nettamente diversa nel secondo caso … viene presentata qui la reazione personale di Maria di fronte al problema del sepolcro vuoto, e anche il suo rapporto personale con Gesù»
Questo punto di vista, troppo personale, troppo umano, è ancora sottolineato dalle lacrime di Maria: il verbo « piangere » ritorna quattro volte in questo brano (capitolo 20 versetti 11-15); essa spiega la ragione della sua pena con le parole già citate: « Hanno portato via il mio Signore, e io non so dove l’hanno messo » … non sospetta minimamente che egli potrebbe essere risuscitato; è convinta che abbiano messo in qualche altro posto il corpo del suo Signore; vuole conoscere questo posto per andare a riprendere lei stessa quel corpo inerte: potrà almeno ricordarle colui che ella ha conosciuto.
Parla del suo Signore, come se non appartenesse più che a lei sola: quel titolo “Kyrios” – Kyrie diciamo a messa, no? – troppo personalizzato, non ha qui la dimensione trascendente che assumerà più avanti.
Maria deve essere liberata da un attaccamento ancora troppo sensibile al Gesù terreno: deve abbandonare la sua volontà di possederlo.
Lo stesso attaccamento al sensibile impedisce più tardi a Maria di riconoscere Gesù stesso risuscitato: le occorrerebbe la fede! Ecco perché, alla domanda degli angeli: «Donna, perché piangi?» (20, 13), Gesù stesso aggiunge: « Chi cerchi? » (20, 15).
Con questo invita Maria a prendere coscienza dell’equivoco della sua ricerca e a purificarla nella fede: invece di tormentarsi a proposito del luogo dove pensa abbiano messo il corpo morto del suo Signore, deve cercare il Cristo, il Signore vivente; la sua ricerca deve cessare di essere preoccupazione di trovare il Signore per sé, e trasformarsi in un movimento verso di lui.
Una domanda ci dobbiamo fare: chi cerchiamo noi nella nostra vita? Quando ti poni di fronte a Gesù, chi cerchi?
Nell’Evangelista Giovanni il termine cercare riferito a Gesù, ha sempre per oggetto Gesù nel suo mistero. Tutti, Maria di Magdala, i discepoli, i cristiani, i giovani, i ragazzi devono porsi la domanda essenziale: «Dov’è Gesù?».
Se noi cresciamo nella fede come Maria di Magdala e gli apostoli a questa domanda daremo un po’ alla volta una risposta molto diversa: non ha più importanza, come per Maria, di sapere dove hanno messo il suo corpo morto e di cercare questo corpo; si tratta ormai di sapere dove realmente è il Cristo, nella sua vita profonda, nel suo mistero.
Colui che i discepoli ormai dovranno cercare, non è più il Gesù terreno quale essi l’hanno conosciuto, ma colui che è «nella casa del Padre», colui che è nell’intimità del Padre.
Lo stesso tema è suggerito al versetto 15 che abbiamo sentito: Maria non deve più aggrapparsi ai ricordi del passato, cercando il corpo morto del suo Signore.
I versetti che seguono diranno come deve orientarsi la sua ricerca: dovrà cercare nella fede colui che, in quello stesso momento, sale verso il Padre suo (20, 17). Allora soltanto, essa saprà dove è realmente il Signore: « Il luogo di Gesù è il Padre!».
Allora … facciamo alcune riflessioni per la nostra vita.
La fede è un dono del Cielo, ed è essenzialmente un cammino: l’evangelista Giovanni descrive l’incontro tra Gesù e la Maddalena con grande intensità e attraverso il suo racconto possiamo contemplare l’opera di Dio, lo svelamento del Mistero della vittoria di Gesù sulla morte e come questo mistero giunga, sino a realizzarsi, nella vita della Chiesa e dei cristiani.
Maria Maddalena è infatti immagine della Chiesa e di ciascuno di noi … di noi che abbiamo ascoltato l’annuncio del Vangelo, che lo abbiamo accolto, che abbiamo sperimentato tante volte il potere di Gesù nella nostra vita … ma che ci troviamo, probabilmente anche oggi, ancora incapaci di una vera gioia, di una vera libertà.
Per arrivare a questo occorre fare un vero salto per capire la completa novità di cui la fede è portatrice: Maria si trova al sepolcro, spinta da un amore invincibile! Forse non è lo stesso nostro amore, ma le lacrime sì: quelle sono esattamente come le nostre … e la domanda degli angeli ci raggiunge come un fulmine ad illuminare la radice profonda dei nostri dolori, di ogni nostra lacrima. “Perchè piangi?”. Maria piange perchè hanno portato via il suo Signore e non sa dove lo hanno posto: lo vuol trovare per riportarlo dov’era, nella tomba e poterlo piangere sapendolo lì … vuole una certezza, una presenza, un luogo, un segno.
Maria piange perchè ha perso quella carne che, seppur morta, fredda, incapace di parlare, di ridere, di guardare … confermi i suoi ricordi, che le permetta di riandarvi certa che i fatti sono accaduti esattamente come lei li ha scolpiti nella mente e nel cuore: Maria piange perchè le è stato sottratto il luogo della memoria, le hanno rubato il passato.
Maria di Magdala, innamorata persa, appassionata, è l’immagine fedele di ciascuno di noi, e della Chiesa intera; noi purtroppo siamo come la moglie di Lot – non so se ricordate – si tratta di un episodio della Bibbia abbastanza noto: “Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Zoar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale (Gen 19, 23-26)”.
Anche noi spesso abbiamo la tentazione di guardare indietro, di tornare sempre al passato, di stare rintanati a casa, anziché affrontare la vita con le nostre responsabilità. La famiglia lunga del mondo giovanile, il non decidersi mai che cosa fare è sicuramente dovuto a difficoltà oggettive, ma spesso è inerzia, è voltarsi indietro, è mancanza di coraggio. Il culto dei ricordi, non è ricerca delle radici, ma spesso voltarsi indietro.
Noi piangiamo perché cerchiamo la tomba dove poterci rannicchiare e ricordare, malinconicamente, quanto abbiamo perduto, quanto avremmo voluto fosse accaduto e invece non è stato. Cerchiamo un guscio, un feticcio, un brandello di quella vita che abbiamo deciso sia stata l’unica isola felice della nostra esistenza. Abbiamo tutti, anche se giovani, voglia di tornare a qualche bella esperienza del passato.
Stiamo facendo diventare un culto la fotografia. Tutto deve essere fissato nella vita che invece scorre sempre, si rinnova, cresce. E’ talmente alto il ritorno al passato che quasi si preferisce guardare gli eventi in fotografia anziché viverli in pienezza quando si realizzano. Preferiamo guardare la vita al virtuale e al passato piuttosto che viverla al presente e orientati al futuro.
Gli occhi di Maria sono così protesi al passato che, all’apparire di Gesù in persona, sono incapaci di riconoscerlo. E’ Lui, l’amato del suo cuore, ma i suoi occhi ne percepiscono solo le sembianze di un giardiniere, ovvero esattamente il tipo di persona che ella si aspetta di incontrare in quel luogo, un giardino per l’appunto. Gli schemi della sua mente e del suo cuore sono imprigionati nella carne, nell’angusto perimetro dell’orizzonte umano e delle sue aspettative. E’ questa un’immagine fedele di quel che, per Maria prima e per ciascuno di noi poi, sia la fede nella risurrezione. Essa può essere al massimo un ritorno del passato. Un rivivere quel che già è stato, magari trasfigurato dai ritocchi che i nostri desideri hanno apportato, limature degli spigoli qua e là, potature delle sofferenze più aspre, ma, in definitiva, la nostra mente carnale non può concepire una risurrezione diversa da quella che già fu di Lazzaro, una riemersione dalla morte di un passato che conosciamo bene, una vita che riteniamo ingiustamente interrotta, speranze sottratte che ci vengono riaccordate.
Gesù è un giardiniere, perchè è lì che ci troviamo e non ci aspettiamo nulla di realmente sorprendente.
Gesù è un becchino perché la nostra vita è fatta di loculi.
Gesù è un bagnino perché viviamo sempre in cerca di salvataggi estremi.
Gesù è un portafortuna, perché la nostra vita è un terno al lotto,
per molti giovani Gesù è un amicone, perché la loro vita è la ricerca di compagnie da sballo,
per molti adulti Gesù è l’amico del talk show, della poltrona, tanto non si smuove dalle sue comodità,
è il banchiere dei suoi affari,
il monumento dei suoi riti,
il sospiro dei suoi ricordi …
E invece accade l’inspiegabile. Cristo è risorto, ma, pur essendo proprio Lui, è una creatura nuova. E occorrono occhi nuovi, non più incatenati alla carne e al passato, ma liberi e dischiusi dinnanzi al Mistero di qualcosa di assolutamente nuovo. Occhi capaci di umile stupore. Gli occhi dello Spirito, accesi dalla fede, quella vera, quella che viene dal Cielo e che li attira verso il Cielo.
Comprendiamo ora perchè la nostra fede è ancora così infantile, incapace di reggere all’urto violento della morte. Perchè siamo ancora materialisti, il nostro pensiero è volto alla terra, un sentire che scaturisce dal mondo. I criteri con cui discerniamo, gli occhi con cui guardiamo, seppur intrisi d’amore, sono ancora avvolti di sapienza mondana, e quello che davvero speriamo è solo il prodotto delle nostre menti, dei nostri desideri, dei nostri affetti. Non ce ne accorgiamo, ma speriamo solo il passato.
L’incontro è reso possibile perché il Signore chiama Maria per nome.
Nella S. Scrittura chiamare per nome significa prendere possesso. Il Risorto prende possesso dell’umanità povera di Maria Maddalena. “Maria!”: questa chiamata crea il Paradiso perché riammette l’umanità nell’alleanza sponsale con Cristo. Ogni singola persona è chiamata col suo nome proprio. Alla chiamata Maria risponde. Ha riconosciuto il suo Signore [“Rabbunì”] ed ormai è tutta rivolta verso di Lui [“voltatasi verso di Lui”]. Ed avviene l’abbraccio, l’unione.
“Maria”, questo nome pronunciato con amore, questa chiamata di Gesù ce la dobbiamo sentire per ciascuno nella nostra esistenza. Siamo svegliati dal torpore da una chiamata personale. E’ Gesù che ci chiama per nome! ecco il segno della novità. Come sarà per Pietro sulle rive del Mare di Galilea.
La chiamata che li ha messi in cammino, che ha cambiato radicalmente la vita, a Maria, come a Pietro, come a ciascuno di noi. Il nostro nome pronunciato stavolta da labbra nuove, da labbra celesti. Il passato si rischiara di nuova luce, non è più un luogo dove riandare con la nostalgia sperandone un impossibile ritorno. Il passato si veste dello splendore che lo illumina e lo trasfigura in una meravigliosa, e mai conclusa, storia di salvezza.
La prima chiamata preludeva a questa, di oggi, di quest’oggi fattosi eterno, e nuovo, e impensabile, e stupefacente. Il nostro nome ci raggiunge dal Cielo, dalle labbra di Colui che ha vinto la morte, il muro della carne, che ha aperto una breccia nell’angusto orizzonte che ci ha schiacciato sino ad ora in un mondo di rimpianti e paure.
E’ l’alba della risurrezione, della vita nuova. La risurrezione non è il rivivere del passato, è il sorgere di un futuro inatteso, inimmaginabile. Tutto nuovo, tutto diverso, eppure tutto vero e dentro la stessa storia, la stessa vita che ci ha condotti sino ad ora. La resurrezione è questo mistero di novità che ci stordisce di una gioia mai provata, un dono che neanche osavamo sperare. Un cuore nuovo, una vita nuova dove camminare, liberi, quali figli e non schiavi.
Gli occhi di Maria finalmente si spalancano sul Signore, la sua carne ancora ruggisce e vorrebbe trattenere di nuovo, e appropriarsi dell’amato. Ma a questo punto avviene qualcosa di drammatico. Lo Sposo sembra rifiutare l’abbraccio: “non mi trattenere”. In realtà è ad un’unione interamente vera che Cristo chiama l’anima, “Non sono ancora salito al Padre”, e quindi lo Spirito Santo non è stato ancora donato. E, come insegna S. Paolo, solo chi ha lo Spirito di Cristo è uno solo con Lui.
Gesù ascende al Cielo, Lui, la Via, la Verità, la Vita che ci attira a sè nella novità di una vita tutta da scoprire, continua ad alzare la meta davanti a noi, ad attiraci oltre. La vita cristiana, la vita che ha oltrepassato la barriera della morte e si può donare, per amore. La vita nascosta con Cristo in Dio, la vita carnale crocifissa che reca, come in uno scrigno, la Vita Celeste che vi ha preso dimora.
E’ la resurrezione, il pensiero di Cristo nei nostri pensieri, il suo amore come una fonte che scaturisce dalla pietra che è il nostro cuore, che fa scaturire
il perdono dove c’era il rancore,
la pazienza dove c’era solo ira,
la cura dove c’era solo tiepidezza,
la misericordia dove c’era il giudizio,
la libertà dove c’era schiavitù.
l’amore dove c’era passione ed egoismo.
la castità dove c’era concupiscenza morbosa,
occhi limpidi dove c’erano sguardi idolatri,
la gioia dove c’erano lacrime piene di rabbia e rancore,
la pace dove c’era angoscia e inquietudine.
l’abbandono fiducioso dove c’era avarizia.
il Cristo risorto, dove c’eravamo solo e solamente noi, gonfi orgogliosi del nostro io.
Le tappe di un cammino necessario
Il cammino che ha permesso a poco a poco a Maria di Magdala di riconoscere in Gesù il Signore è fatto di alcune tappe:
Prima, alla vista del sepolcro vuoto, era preoccupata di « ritrovare il suo Signore » (20, 13);
poi aveva visto Gesù stesso, ma scambiandolo per il giardiniere (20, 14-15);
in seguito l’aveva riconosciuto, ma solamente come il suo Maestro (20, 16);
ora, dopo la parola rivelatrice di Gesù, sa finalmente che egli è il Signore: « Approfondendosi, vista ed esperienza giungono a intuire il mistero di Gesù ».
Essa ha finalmente compreso che il tempo passato dei rapporti diretti con il Gesù terreno è finito: Gesù è risuscitato, è il Signore, sale definitivamente verso il Padre, egli è presso il Padre. Questa scoperta non è più riservata solo a lei: Maria va a portare questo messaggio pasquale ai discepoli.
La missione
La resurrezione è tutto questo, è il cammino della fede adulta. In essa non conosciamo più nessuno secondo i nostri semplici sensi, neanche Cristo. Nessuno e nulla è più imprigionato nella cella della carne. In Lui, risorto, siamo creature nuove. Le cose vecchie sono passate, ne sono nate di nuove. Siamo figli di nostro Padre, del Padre di Gesù. Siamo di Cristo, che è risorto davvero, e lo possiamo vedere con gli occhi della fede, il dono più prezioso. E’ Lui che ha catapultato Maria ad annunciare quello che aveva visto, il Signore, Cristo Risorto, la novità che ogni uomo attende senza saperlo. La novità che ci ha raggiunti, sorpresi, salvati, risuscitati.
E il vangelo continua: “ma va dei miei fratelli …”. Non ci è dato ora il riposo nell’unione col Signore; a noi è chiesto di andare ad annunciare ai nostri fratelli che Gesù è il Signore e che in Lui siamo figli del Padre suo. La partecipazione al banchetto nuziale non ci è ancora data perché la storia non è finita. Siamo nel tempo della testimonianza e della missione.
La nostra missione ha la sua origine nell’incontro della fede. Come la Maddalena: “ho visto il Signore”; come Paolo che ha visto il Signore. Il contenuto della nostra missione è di dire all’uomo il messaggio che ci è stato affidato: “… e ciò che le aveva detto”. La nostra non è vita di riposo nella contemplazione della Verità, ma è vita di fatica nell’esercizio della carità pastorale. Non possiamo dire allo Sposo: “mi sono lavata i piedi/ come ancora sporcarli?” [Cant 5,3]. Occorre invece sporcarli lungo le strade dell’uomo, perché l’uomo è la via della Chiesa.
“Maria andò subito ad annunziare…”. “La colpa del genere umano è recisa da dove aveva avuto origine. Siccome infatti nel paradiso la donna aveva propinato all’uomo la morte, dal sepolcro una donna annuncia agli uomini la vita e riferisce le parole di chi ne è l’Autore, mentre l’altra aveva ripetuto le parole del serpente da cui viene la morte” (Homiliae in Evangelium XI, 6)
Quel manipolo di impauriti e ignavi non sono più una compagnia fallimentare, ma sono una comunità che mette al centro il risorto e che solo nel suo nome e nella sua forza si costituiscono comunione per tutti, segno di una umanità nuova, certezza di cammino di ricerca, comunità di testimoni che d’ora in poi cercheranno di tradurre in linguaggi culturali comprensibili nella vita e nella società l’umanità nuova che il cristiano incarna nel vivere in sé e nel mondo delle sue relazioni la fede pasquale. Ci sono una sorgente, un fondamento da cercare e una testimonianza da offrire.
Testimone è chi sa sperare.
L’annuncio di Gesù risorto non sarà una formula, una verità da consumare con qualche tesi teologica, anche se occorre sempre dare alla fede un sevizio di intelligenza e di senso per essere vissuta e proposta in una esperienza umana e con un linguaggio umano, ma sarà una speranza viva che i cristiani sapranno testimoniare. Dentro questa nostra società in cui sperimentiamo come tutti disorientamento, incertezza, stanchezza, smarrimento e disperazione (ritornano le cinque parole con cui oggi abbiamo definito la sete di speranza), siamo capaci di portare quella serena fiducia che toglie noi e ogni nostro fratello da questa situazione. Noi con semplicità dobbiamo offrire quell’orientamento globale alla vita, che sperimentiamo nel dialogo fiducioso quotidiano con Dio, la certezza necessaria guadagnata smontando le false sicurezze e orientando la ricerca nella direzione del Signore Gesù. Con l’aiuto di Dio facciamo sperimentare che c’è una forza, un riposo contro la stanchezza, che il nostro smarrimento si risolve, anche faticosamente, in ritrovata prospettiva di vita personale, familiare e pubblica, che la disperazione è vinta dall’affidamento nelle braccia del Padre, fatto di preghiera, di ascolto, di partecipazione alla grazia di Dio, che ci viene sempre offerta nell’Eucaristia, celebrata in una comunità, anche povera, ma viva e consapevole di incontrarvi il Signore, il Crocifisso Risorto.
10 Aprile 2021 +Domenico
Domande su cui riflettere per un opportuno approfondimento
Chi cerco nella mia vita?
Dove e come sperimento nella mia vita la forza della risurrezione di Gesù?
Che cosa sono disposto a donare per la bellezza e la bontà della vita di tutti?
Come tento di ridire con coloro che fanno strada con me l’amore che mi canta nel cuore per il Signore Gesù?
Sono fiero di far parte di una comunità che vuol testimoniare la fede in Gesù risorto?
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Audio della riflessione
La vita con le sue gioie e le sue speranze, le sue pene e le sue fortune … non siamo soli ad affrontarla: c’è una famiglia, ci sono gli amici, c’è quel tessuto di relazioni umane che ti fa sentire di qualcuno … alcune battaglie si sono fatte assieme … nel momento delle difficoltà del progetto ci si dà una mano l’un l’altro.
Certe scelte sono state fatte assieme e si sostengono assieme … ma c’è anche un momento nella vita in cui sei lasciato solo con te stesso, con la tua coscienza … non ti può aiutare nessuno: Penso a Tommaso Moro, prigioniero nella Torre di Londra, le figlie che si fanno in quattro per rendergli la prigionia meno amara e tentare un compromesso una possibile soluzione. Lui resta solo: ha da decidersi con la sua coscienza che non gli permette di scendere al minimo compromesso con Enrico VIII e va incontro alla morte col suo agghiacciante, ma rasserenante umorismo.
San Tommaso, l’apostolo che a Pasqua non s’aspettava che Gesù ricomparisse, nella vecchia compagnia di disperati, da risorto e che se ne stava fuori, al ritorno si sente a forza di tirar di nuovo dentro nell’avventura del Nazareno: “Abbiamo visto il Signore” gli dicono, lo tormentano, lo sommergono i suoi vecchi amici … gli piacerebbe credere, tornare come prima, riprendere la faticosa, ma bella peregrinazione per la Palestina e ridare speranza agli sfiduciati con Gesù, ma gli avvenimenti del Calvario gli hanno scavato dentro un abisso di disperazione: “Non ci credo neanche morto, non mi state a convincere … ho ancora negli orecchi quei colpi secchi sui chiodi che gli hanno stritolato i polsi, mi hanno creato un buco nell’anima. Quel colpo di lancia per verificare che era morto me lo sono sentito nel mio petto. non mi bastano le vostre parole, la vostra amicizia. È qualcosa tra me e lui. Devo fare i conti con la mia coscienza.”
E Lui, Gesù, arriva: “Tommaso sono qui, ricomponi con le tue dita e la tua mano gli squarci lasciati nel mio corpo. Hai ragione a riportare tutto alla tua coscienza, ma ora affidati.” … e Tommaso ritorna alla comunità credente: “Mio Signore e Mio Dio.”
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16,9-15)
Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere. Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere. Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura.
Audio della riflessione
Una delle cose che ci sorprendono di più quando dobbiamo fare discernimento su alcuni fatti raccontati da testimoni che hanno visto, sentito, partecipato è la discordanza quasi naturale del racconto di ciascuno e soprattutto la grande diversità delle reazioni. Rilevare l’oggettività di un fatto è impossibile, accettarne una versione raccontata ancora di più.
Di fronte all’annuncio della risurrezione di Gesù avviene la stessa cosa: lo vede Maria Maddalena, ma “non le credettero”, dice lapidario Marco. Lo raccontano con grande coinvolgimento e meraviglia gli apostoli a Tommaso, ma questi non si fida e vuol mettere mano e dita nelle piaghe prima di crederci. L’ho visto morire come un disperato con i miei occhi, non venitemi a raccontare visioni consolatorie per cancellare quel tremendo ricordo. Lo hanno visto i due di Emmaus, mentre erano in cammino per andare in campagna, ma non sono stati creduti.
Finalmente Gesù si dà a vedere a tutti e li rimprovera di incredulità e durezza di cuore. Sono rimproveri che alla fine della settimana di Pasqua ci meritiamo anche noi. Ce li meritiamo come chiesa, quando non siamo disposti a fare un solenne atto di fede, con la vita e la testimonianza. Ce li meritiamo come singoli che non riusciamo a fare nostra la consapevolezza che la vita va oltre la morte, che la vita non viene tolta, ma trasformata e viviamo come se la vita terrena fosse per sempre. Risorgere non è solo immortalità dell’anima, ma una vita definitiva di tutto l’uomo e per tutti gli uomini. Non è una teoria filosofica, anche se deve essere detta con tutti gli elementi razionali che la rendono plausibile.
Risorgere è la certezza che Gesù ci dà di poterlo seguire nella nuova vita, è vincere ogni disperazione, è essere convinti che la vita può giungere alla sua pienezza per sempre. Risorgere è dare all’uomo una dignità assoluta, un futuro definitivo, una speranza certa. Una certezza così non la si può tenere nascosta. Ecco allora il perentorio: “andate”, ditelo a tutti, annunciate che il male è vinto, fatevi messaggeri di questa grande novità, della vittoria della vita su qualsiasi morte, della forza del debole di fronte ad ogni ingiustizia, della vacuità e inconsistenza di ogni rama, di ogni guerra, di ogni violenza, della gioia di poter godere infinitamente della bontà di Dio.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21, 1-14)
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Audio della riflessione
Erano tornati a pescare: è finito il tempo della avventura con Gesù … storditi dalla morte e dal dileggio dei benpensanti che vedevano in loro, gli apostoli, dei poveri illusi, avevano ripreso la vecchia amicizia e il vecchio sodalizio del lavoro.
Occorreva tornare a vivere: avevano dentro la certezza della risurrezione, ma ancora non riuscivano a capirne il vero significato, le conseguenze per la loro vita, per il futuro della esperienza credente, quasi che la risurrezione fosse stata solo una “rivincita” di Gesù nei confronti dei suoi nemici … non avevano ancora capito che tutto doveva cambiare, che la prospettiva del loro vivere, del loro credere e del loro sperare era completamente nuova, diversa, non mai prima sperimentata.
Vivere da “risorti” … non era continuare ad adattarsi, ma sprigionare nuova vita, nuovo rapporto con Dio, mettere al centro Gesù, ancor più di quando era vivo tra loro: non avevano ancora capito che toccava a loro fare quel che aveva fatto il maestro, che non potevano starsene più a casa loro a ridirsi la bella esperienza e a sentirsi gratificati di una bella avventura che avevano vissuto.
Cominciavano – forse troppo presto – ad aspettare il suo ritorno, come aveva sempre promesso, e se lo immaginavano imminente, quasi a riempire il loro futuro … ma Gesù non li lascia soli, ritorna a definire mete grandi e a condurre la loro vita al largo: “Gettate le reti dall’altra parte”!
“Come? abbiamo lavorato tutta notte da professionisti, abbiamo raschiato inutilmente il fondo di questo lago e non abbiamo ricavato niente. Adesso viene lui questo turista sconosciuto a darci consigli”.
La forza del comando di quell’uomo però li ha stregati … della serie: “le abbiamo tentate tutte possiamo tentare anche questa”. Non si erano accorti che era Gesù.
Il primo ad accorgersene è Giovanni il più giovane, quello che ne era innamorato perso: l’amore pulisce la vista sempre, ti fa guardare col cuore, trapassa tutte le nebbie e le oscurità … quel che occhio non vede, cuore sente.
Sono ancora loro due alla ricerca del risorto, sono ancora il vecchio e il giovane: stavolta Giovanni intuisce e vede e Pietro si tuffa nel mare e a nuoto arriva a Gesù.
Chi nuota concentra tutte le sue energie verso la meta, i suoi muscoli, la sua intelligenza, la sua forza, il suo sguardo, tutto il suo corpo sono tesi verso il punto di arrivo: è una immagine della nostra vita che tende a Gesù … forse però noi impegniamo tutte le energie per fuggirne, per altre cose che crediamo felicità invece sono inganni.
A Pietro non sembrava vero di poterlo rivedere: era ormai lontano il tempo del tradimento, la fiducia che Gesù gli aveva dimostrato aveva già invaso la sua vita e segnato il suo futuro.
La speranza era diventata realtà e si cambiava in nuova speranza ogni giorno.