… a sera, prima di chiudere il paradiso, vedo se ci sei

Una riflessione esegetica sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18,10-14)

Lettura del Vangelo secondo Matteo (capitolo 18, versetti 10-14)

Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. [È venuto infatti il Figlio dell’uomo a salvare ciò che era perduto].
Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.

Audio della riflessione

Per rendere ancora più concreta la figura di Gesù buon pastore. Abbiamo fatto seguire la lettura di un testo dell’evangelista Matteo che descrive un ottimo esempio di come Gesù Risorto, vive l’essere il nostro pastore e non un mercenario, un ladro, un qualsiasi guardiano, pure pagato per portare al pascolo le pecore.

L’amore e il perdono di Dio, la sua ricerca appassionata di ciascuno di noi che si allontana, che si perde, che scappa o si nasconde, che brucia il patrimonio di bene in cui è immerso per prendersi soddisfazioni stupide, è la storia di Gesù che ha  un cuore squarciato per amore; un cuore che non si è mai più ricomposto perché la cattiveria dell’uomo è sempre grande e la sua libertà è un dono da cui Dio non si ritrae mai.

Sei libero, ti ritrovi a fare sempre quello che ti piace di più, non ti interessa più niente delle persone che ti vogliono bene, ne vuoi sfruttare tante altre, ma sappi che da me puoi sempre tornare, che io non ti mollo, io, tutte le sere prima di chiudermi in paradiso faccio la conta e mi accorgo si ci sei o no, se sei tornato dai tuoi insani percorsi, se ancora una volta ti sei fatto i tuoi giri perversi, il tuo sballo per sentirti vivo, le tue comode isole in cui seppellisci il tuo cuore. Ma il mio cuore è sempre aperto ad accoglienza, a tenerezza, a gesti d’amore. Vorrei che quando tornerai ancora da me, anche il tuo cuore resti sempre aperto perché chiunque ci possa scavare dentro e trovi quello di cui ha bisogno per vivere bene e per essere veramente felice.

Queste parole sembrano troppo gravi; allora immaginiamo Gesù il buon Pastore così: ha lavorato e dialogato tutto il giorno con le sue pecore che siamo noi, che siete voi; ha ascoltato, ha aiutato, ha tenuto il suo sguardo buono, lieto su tutti sempre e torna a casa parlando con qualcuno, sorridendo a qualcun altro e quando passa in rassegna tutti a uno a uno e sorride, saluta, ricorda qualche cosa di importante da fare o da chiedere, si accorge che manchi proprio tu. Hai fatto la tua cavolata, ti sei voluto prendere la tua libertà, la tua strada; ti hanno fatto fastidio o qualche dispetto i tuoi amici e li hai lasciati. Oppure qualcuno senza che tu lo volessi, ti ha ingannato, ti ha teso una trappola e tu ci sei cascato.

E Gesù che fa? Con un cuore già squarciato per amore non ci pensa due volte. Ti cerca, usa tutti gli strumenti: facebook, twitter, sms,tik-tok; chiede ai tuoi amici, ma loro nemmeno si sono accorti che manchi. E ti lancia messaggi: non fare lo stupido, torna a casa che ci sono sempre io che ti voglio un bene infinito. Non crederti disprezzata o ignorata, non stare a specchiarti in una pozzanghera, qui c’è quello che cerchi. E tu magari spegni il cellulare, rivedi un altro messaggio, lo spegni ancora; poi finalmente dici: ma che sto qui a fare da solo in mezzo ai guai? Chi mi credo di essere? Che felicità mi sono trovato, che tutti mi sfruttano, mi fanno complimenti poi mi tagliano le gambe, ne approfittano, mi fanno le moine, ma solo per avermi e per farsi belli di me.

Allora lanci un sms: arrivo subito, aspettami, ti voglio abbracciare.

E Gesù ti prende, ti accarezza,  ti carica sulle spalle e ti porta a casa, convince i tuoi amici a volerti ancora bene e continui a vivere con Lui. Gesù non è una persona da internet, da twitter, da facebook, è una persona vera che abita in te. E quando ha deciso di prendere casa da te? Sappiamo che si è fatto persona, come uno di noi, che ha calcato tutte le strade della Palestina, per condividere gioie e speranze con tutti quelli che incontrava. Per questa sua tenacia nel voler bene a tutti, anzi il massimo bene che apriva le porte del cielo a tutti, anche ai più cattivi e profittatori di altre persone, lo hanno messo in croce, l’hanno fatto soffrire, ne hanno goduto tronfi di averlo fatto fuori, ma lui è fuggito anche dalla morte nella quale pensavano di aver chiuso la sua bontà. Stiamo ancora celebrando la sua risurrezione. Non saremmo però nel massimo della verità se Gesù con questa risurrezione non solo non ci avvicinasse a Dio Padre, ma non ci desse anche una presenza speciale, unica, viva, in ciascuno di noi con lo Spirito Santo. Credo che la giornata più brutta che hanno vissuto gli apostoli sia stata propria il giorno dopo il grande sabato. Gesù ammazzato brutalmente, sepolto come tutti; finita come per tutti prima o poi la vita. Lui invece si presenta vivo e fa fatica a convincerli, si ritirano ancora paurosi tra di loro, finchè non fa a tutti la sorpresa di donare lo Spirito, il coraggio, la forza, la gioia. Noi in questi giorni lo vogliamo contemplare risorto, vincente quelle brutture che gli hanno inflitto, ci siamo accostati al sacramento della penitenza, ma sentiamo ancora il peso della nostra vita che non cambia dalla mattina alla sera.

Siamo aiutati a capire che si può sbagliare, si può abbandonare qualche volta la chiesa, ma che la casa è sempre questa, che la sua presenza ci è garantita dallo Spirito Santo. Ci sarà sempre qualcuno che aspetterà il nostro ritorno. E noi stessi diventeremo dei buoni amici per tutti, racconteremo la gioia che si ha a comportarsi bene, a seguire Gesù a diventare suoi amici, a sentirsi accolti da quel cuore squarciato, ma sempre aperto per scavare gioia e felicità per tutti. Tanta nostra infelicità è dovuta all’appiattimento, alla prigione che ci siamo costruiti. Ci siamo collocati in un bicchiere d’acqua e continuiamo a sbattere contro le pareti, mentre il nostro vero habitat è il vasto mare della vita che viene dall’alto, dal misterioso mondo di Dio. C’è un vento dello Spirito che soffia su di noi e dà vita vera. La creazione lo ha atteso, Gesù lo ha inviato. Abbiamo bisogno di un’anima per tutte le cose. Quest’anima viene dall’alto. La risurrezione ha aperto i nostri confini, ha offerto gli orizzonti infiniti di quel Dio che ci ha creati

In questo tempo pasquale possiamo addentrarci anche noi in un dialogo serio con il Signore come hanno fatto tanti con Gesù; abbiamo bisogno di ritornare a casa, di sentirci trasportati sulle spalle del buon Pastore. Dove vai? Dove scappi? Non ti accorgi che scappi da te stesso. Che vita ti stai preparando, che dolori vai a creare a tutti quelli che ti stanno vicini? Ti vengo a prendere io. Fatti trovare, le novantanove che stanno a casa si sono dimenticate di te, ma non io

Anche noi abbiamo bisogno di rigenerare la nostra fede. Il nostro è un tempo che ci chiede di uscire allo scoperto, di prendere decisioni, di stare della parte della verità, di contemplare il Signore, ascoltare la sua parola.

In quella stanza al piano superiore, imbandita a festa c’è stata l’ultima cena, Gesù ci ha dato il suo corpo e il suo sangue. Siamo stati liberati dal peccato e nutriti della vita di Gesù. Deve ancora accadere qualcosa di grande in quel cenacolo; è Gesù deve ancora raccattarci dalle nostre fughe finchè dentro di noi scoppierà un fuoco che brucerà ogni male , ci riempirà di doni e ci aprirà a un’altra presenza di Dio: lo Spirito Santo. Il buon Pastore non si accontenterà di portarci solo nell’ovile, sotto protezione, nella sua compagnia ritrovata, ci darà con lo Spirito una forza di vincere ogni paura e coraggio di portarlo in ogni parte del mondo e in ogni tratto della nostra vita.

25 Aprile 2021
+Domenico

Sulle tue spalle sono disposto a fare anche solo l’unghia del mosaico del tuo amore

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,11-18)

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».

Audio della riflessione

Ricorderò sempre quel mosaico che da ragazzo vedevo spesso in una chiesetta di una casa per incontri spirituali: una fitta siepe di zampe da cui ogni tanto sporgeva una testa di pecora e in mezzo Lui, il buon pastore, una dolce immagine di Gesù.

L’attenzione principale di noi ragazzi era di  contare le zampe e vedere se ad ogni quattro corrispondeva una testa: i conti non tornavano mai, qualche pecora probabilmente non stava “attenta” e abbassava la tesa per farsi i fatti suoi, ma la cosa più importante erano le parole del predicatore … “vedete ragazzi? Voi siete come i tasselli di quel mosaico: ciascuno ha il suo posto fissato e assieme agli altri completa questo bellissimo ritratto, bucolico, della vita di Gesù, del pastore con le sue pecore. Se ne mancasse uno di questi tasselli non sarebbe più un bel mosaico.” … e per coinvolgerci – secondo lui – ancora di più, più a fondo, continuava … “Voi per esempio potreste essere l’unghia di quella pecora laggiù.”

Pensa che bello – dicevo io – l’unghia di quella pecora laggiù?! Era la mia esclamazione delusa: la mia vita già inscatolata in un destino, per lo più da pecora e in un’unghia, neanche in un corpo da potersi sentire la gioia di stare sulle spalle di Gesù, se mi fossi perduto, perché avevo già iniziato a fare delle marachelle. Quella sarebbe la mia vocazione fin dall’eternità?

Ritornavo allora alla faccia di quel buon pastore: no lui non mi condannava a fare l’unghia, mi prendeva sulle spalle … mi aveva rincorso perché me ne ero scappato e mi aveva caricato con amore.

Gesù non è un mercenario che vende le sue creature a un cieco destino: la nostra vita è nelle sue mani, sì, ma la accoglie con  la nostra creatività, la ascolta con le nostre petulanze, la rincorre nei nostri colpi di testa, la riscrive con noi in un progetto di amore.

Noi facciamo fatica a scoprirlo, consumiamo troppo tempo allo specchio credendo di riuscire a guardarci dentro di più, a capirci chi dobbiamo essere; invece … basta tendere l’orecchio alla sua voce che chiama, basta sentirla viva nella vita delle persone che incrociamo: talvolta sono urla, grida di aiuto; sguardi di disperazione; altre volte sono sentimenti d’amore.

Gesù da quando è risorto è nostro contemporaneo e la sua voce chiama e si fa incontrare nella vita, nelle nostre qualità e doti, negli stessi nostri gusti confrontati con la sua parola, nei gesti di carità che facciamo verso i più poveri.

Con un Gesù così, che mi vuole bene così, che mi cerca e mi capisce, che mi accetta sempre pieno di amore immeritato, che mi vuole con sé a vivere da pastore come lui….. mi basta e avanza essere l’unghia delle pecora che sta sulle sue spalle.

25 Aprile 2021
+Domenico

… e noi decidiamo di stare con te SEMPRE

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 60-69)

Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E continuò: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio».
Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Audio della riflessione

Ci capita molte volte di sentirci chiamati dentro avventure più grandi di noi, di misurarci le forze per vedere se riusciamo ad affrontare la sfida: spesso è uno sport, molte altre volte invece è la vita, la famiglia, la casa, il lavoro … Spesso è un ideale che ci viene proposto da chi ha grandi mete, grandi sogni e vede in noi la possibilità di una risposta generosa e vera…

San Giovanni Paolo II quando incontrava i giovani, soprattutto nelle giornate mondiali della gioventù; li sapeva spingere a ideali alti, a imprese impossibili e a tu per tu li incoraggiava. Molti hanno fatto cose grandi nella loro vita, per la chiesa, per i poveri, per la loro nazione, dietro la sua spinta.

Era così anche Gesù: proponeva ai suoi discepoli cose grandi, oltre ogni possibilità umana, ma molta gente lo abbandonava; dice il Vangelo “molti si tirarono indietro e non andavano più con Lui”: era sta fatta loro la proposta dell’Eucaristia, del nutrirsi del suo corpo e del suo sangue, inaudito, impossibile, troppo arduo da capire … e Gesù che vuole sempre il massimo di libertà quando fa le sue proposte, dice con molta franchezza ai suoi discepoli: “Volete andarvene anche voi? Volete ritirarvi? Sentite che non ce la fate? Vi cedono le forze? non riuscite a fidarvi di me? Avete in cuore l’idea che io vi abbandoni, che vi lasci soli? Non ve la sentite di osare tanto?”

… e non posso qui non ricordare che questo brano di Vangelo che si propone oggi nelle messe era quello che san Giovanni Paolo II propose nella messa conclusiva della Giornata Mondiale della Gioventù del 2000 – ormai 21 anni fa – di fronte a 2 milioni di giovani, andando contro alla tradizione della Giornata Mondiale della Gioventù che alla messa conclusiva propose sempre  il brano di vangelo che ne contiene il motto; in quel caso, dell’anno 2000, era un pezzo del Vangelo di Giovanni, il primo capitolo, in cui era scritto “Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare tra noi” … aveva davanti un mondo giovanile entusiasta, coltivato in tutte le giornate mondiali che anche con sofferenza aveva presieduto … poteva almeno raccogliere il frutto del suo lavoro accarezzando di più questo mondo giovanile, addolcendo il vangelo con altre belle frasi, una qualche bella parabola, commovente che sempre vangelo è …

Invece no! Fece risuonare di fronte a quella gioventù entusiasta, che divenne pure profetica, la domanda cruda e provocatoria del Vangelo: Volete andarvene anche voi?

La tentazione dei discepoli di girare i tacchi a Gesù è forte: il giovane cui aveva indicato la strada della vita piena lo aveva lasciato, Giuda lo abbandonerà tradendolo; qualcuno che gli dice si, ma poi se ne va lo ha incontrato … molti al momento giusto sono fuggiti!

La debolezza va messa in conto e non spaventa Gesù: Lui sarà sempre pronto a raccogliere la fragilità per cambiarla in cammino di ripresa … infatti Pietro che ha capito che nella sua vita l’unico che gliela può riempire è Gesù, dice con ingenuità: “Signore, che credi? Che noi abbiamo alternative alla tua pienezza? Tu hai parole di vita piena, oltre ogni limite, una parola che ci riempie il cuore di gioia oltre ogni misura. Tu sei la pienezza di Dio, la santità di Dio, il cielo della nostra aspirazione quotidiana e decidiamo di stare sempre con te.”

… e San Giovanni Paolo II alla messa conclusiva di quella Giornata Mondiale della Gioventù del 2000 disse “Nella domanda di Pietro: “Da chi andremo?” c’è già la risposta circa il cammino da percorrere. E’ il cammino che porta a Cristo. E il Maestro divino è raggiungibile personalmente: è infatti presente sull’altare nella realtà del suo corpo e del suo sangue. Nel sacrificio eucaristico noi possiamo entrare in contatto, in modo misterioso ma reale, con la sua persona, attingendo alla sorgente inesauribile della sua vita di Risorto …”

L’Eucaristia è il sacramento della presenza di Cristo che si dona a noi perché ci ama: egli ama ciascuno di noi in maniera personale ed unica nella vita concreta di ogni giorno, nella famiglia, tra gli amici, nello studio e nel lavoro, nel riposo e nello svago.

Ci ama quando riempie di freschezza le giornate della nostra esistenza e anche quando, nell’ora del dolore, permette che la prova si abbatta su di noi: anche attraverso le prove più dure, infatti, egli ci fa sentire la sua voce.

“Sì – diceva il papa – cari amici, Cristo ci ama e ci ama sempre! Ci ama anche quando lo deludiamo, quando non corrispondiamo alle sue attese nei nostri confronti. Egli non ci chiude mai le braccia della sua misericordia. Come non essere grati a questo Dio che ci ha redenti spingendosi fino alla follia della Croce? A questo Dio che si è messo dalla nostra parte e vi è rimasto fino alla fine?

E Pietro, nella persona di papa Francesco, continua come tutti i suoi predecessori anche oggi ad alzare tutti noi alle parole più impegnative di Gesù.

24 Aprile 2021
+Domenico

Carne e sangue: una sfida

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 52-59) dal Vangelo del giorno (Gv 6, 52-59)

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.

Audio della riflessione

Facciamo fatica, noi persone del terzo millennio a credere che ci sia qualcosa che va oltre le leggi della natura: noi calcoliamo tutto, misuriamo ogni cosa, sappiamo dire tutte le cause, sappiamo prevedere tutti gli effetti, anche se non sappiamo ancora dominare la natura, non conosciamo fino in fondo la stessa nostra umanità, il nostro stesso corpo.

Gesù è Figlio di Dio, è con il Padre creatore del cielo e della terra: Lui è il centro dell’universo e pone il mondo al servizio del suo piano d’amore.

Le leggi della natura sono per Lui al servizio del grande messaggio di amore di Dio per l’umanità: per l’uomo e per la donna; per questo ha moltiplicato i pani, per questo un giorno offre all’uomo una proposta sconvolgente: si offre come cibo per la vita.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha una vita piena!”: Gesù sta spiegando ai suoi apostoli la preziosità del dono del suo corpo e del suo sangue che sta offrendo con l’Eucaristia.

Il discorso è duro da capire, difficile da immaginare, è provocatorio: dire a un ebreo che occorre bere il suo sangue è blasfemo, va contro tutte le norme del suo vivere … ma sangue è sinonimo di morte, è riferimento alla sua crocifissione, è necessità di confrontarsi con il suo dono fino all’ultima goccia di sangue.

Il discorso è duro, ma su questo Gesù non transige: è pronto a restare solo.

L’Eucaristia è una esperienza necessaria per la vita del cristiano, come rapporto con Dio, come modo di impostare la propria esistenza, come modo di comunicare con il Signore, come modo di incarnare il suo messaggio … e dirà, più tardi, ai suoi discepoli che rimanevano esterrefatti come la gente che lo ascoltava “volete andarvene anche voi?”

Qui occorre fare quel salto di qualità che spesso noi cristiani dobiamo esigere, ciascuno per se stesso, ciascuno per tutti: è un dono che supera non solo le leggi della natura, ma anche la fantasia delle persone …

  • Quando non sai che strada prendere nella vita: Io sono con te;
  • quando hai bisogno di ritrovare senso e gusto nel vivere, Io sono con te;
  • quando cerchi la vera speranza della vita, Io te la posso far incontrare nel mio essere pane per te

… perché speranza vera nasce quando uno si dona all’altro per amore fino in fondo.

I suoi apostoli in seguito si rifaranno all’Eucaristia per avere speranza in ogni situazione di vita, e noi cristiani, che seguiamo Gesù, su questo non possiamo “stare assenti”.

23 Aprile 2021
+Domenico

Il pane della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 47-48) dal Vangelo del giorno (Gv 6, 44-51)

47 In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
48 Io sono il pane della vita. 

Audio della riflessione

In tempi di grande confusione come sono i nostri non è raro farsi domande del tipo: chi è che ha ragione di tutti questi che ci imboniscono? I politici, le televisioni, i talk show, i nostri vecchi saggi, i rivoluzionari? La religione è ancora una prospettiva da seguire o è ormai da lasciare all’angolo, perché siamo autosufficienti? Dove sta il segreto per avere una vita vera, non succube delle strane teorie che ogni tanto qualcuno vende per definitive? E’ possibile trovare pienezza di vita o dobbiamo accontentarci sempre di ritagli, di piccoli adattamenti?

Il Vangelo non ha dubbi: la vita piena, bella, felice, completa, degna di essere vissuta, determinante, definitiva ce l’ha solo chi crede, chi si affida, chi mette la sua vita nelle braccia di Dio, di chi ha colto in Dio la direzione del suo percorso e lo continua a seguire, a cercare, a percorrere.

Per essere felici occorre avere una fede: noi cristiani diciamo occorre avere la fede nel Dio di Gesù Cristo.

Purtroppo molti dicono … che la fede provoca fanatismi e  intolleranze, è meglio starsene tranquilli, senza esporsi, facendosi ciascuno i fatti propri … la felicità quindi starebbe nel lasciarsi fare la vita dai più furbi, mettersi in balia di chi ha la capacità di farci ragionare come lui vuole, perché è potente, è persuasivo, ha tutte le immagini possibili di felicità da propinarci per svariate ore ogni giorno …

A parte che è sempre meglio qualche litigio che la “pace del cimitero” … è altrettanto vero però che l’uomo ha una sete di vita che non può passare con l’adattamento: l’uomo è un vulcano di energie, di amore, di intelligenza, di forza e deve trovare direzioni verso cui esprimerle.

La direzione che il Vangelo ci dice è quella della fede … e per prendere questa direzione Dio si pone nella vita come il pane, il nutrimento di base, la solida possibilità di crescere nella prospettiva di Lui.

Questo pane è il sapore della vita, il sapore è Lui: è la forza della vita e la forza è Lui.

Dice ancora Gesù: «Io sono il pane della vita», “io sono a disposizione per ogni vostra fame, io sono una forza che si mette dentro nella vostra esistenza, che si lascia immedesimare, che prende quasi ad essere il vostro sangue, la vostra linfa … sono dentro di voi per questo … e, se vi nutrirete di me pane di vita, vivrete sempre!”

22 Aprile 2021
+Domenico

Non ci fa paura l’eternità

Una riflessione su Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 39-40) dal Vangelo del giorno (Gv 6, 35-40)

«E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Audio della riflessione

Ci sono parole che nella nostra esperienza facciamo fatica a capire … faccio qualche esempio: infinito, eterno, sempre, mai, illimitato, perpetuo, perenne … le usiamo per dire alcune esagerazioni o alcune esigenze che stanno nella nostra vita.

Vogliamo amore eterno, possibilità senza limiti, promettiamo per sempre, diciamo che non ci dimenticheremo mai … soprattutto se si pensa all’esperienza del tempo, che finisce, ci perdiamo alla ricerca dei significati.

Gesù usa uno di questi termini con grande enfasi: eterno; promette a chi gliela domanda la vita eterna, chi crede in lui avrà la vita eterna. Eterno significa pieno, senza limiti, oltre ogni tempo, senza fine.

E’ possibile per noi pensare qualcosa che non finisce mai, che continua per sempre? Nella nostra vita facciamo esperienza di realtà che hanno tutte una vita breve: tutte le cose che vediamo sono limitate; di infinito ci sono forse dei pensieri ricorrenti … tutto è caduco, tutto è finito: Sempre e mai non fanno parte della nostra esistenza o per lo meno sono riferite impropriamente al tempo della nostra vita che non ha niente di illimitato, di eterno.

Invece Gesù ci dice che chi crede in Lui ha la vita eterna, la pienezza, l’infinito, la perennità: c’è una vita che è stata guadagnata a noi dalla sua croce che avrà il massimo di felicità e che non tramonterà mai. Lui solo è capace di donarcela, di farcela vivere, di renderci degni di goderla … è la sua vocazione, è il compito che Dio Padre gli ha affidato: la sua volontà, da sempre stabilita sul mondo, è che “non perda nulla di quanto egli mi ha dato”.

Dio è Padre e se ama, ama per sempre! C’è una vocazione per ogni uomo, un dna che non tramonta e che caratterizza la vita: essere per sempre nella sua felicità.

Sono pensieri che ci danno le vertigini, perché vanno al di là di ogni esperienza, ci inondano di stupore e ci immergono in una vita che non è quella che sperimentiamo … ma sicuramente quella che desideriamo, che sogniamo, e Gesù ce l’ha presentata: Lui è incaricato solennemente da Dio Padre di non perdere nessuno di noi.

Capiamo allora ancora di più quella sua decisione irrevocabile e sofferta di prendere la croce: voleva bucare il cielo e farci tutti salire ad abitarlo per sempre, per questo ha iniziato il discorso sull’eternità dicendosi pane della vita, una vita che va ben oltre l’esperienza che abbiamo … della nostra.

21 Aprile 2021
+Domenico

Gesù: cibo per una fame impossibile

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,35) dal Vangelo del giorno (Gv 6,30-35)

Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Audio della riflessione

Fame e sete sono bisogni che assillano ancora molta parte dell’umanità: fame e sete di pane, di nutrimento, di acqua, degli elementi fondamentali della vita umana dividono ancora l’umanità in ricchi e poveri, in affamati e sazi, in denutriti e obesi.

Parole come pane e acqua, in alcuni nostri contesti non dicono niente, in altri sono ancora e sempre l’assillo quotidiano: il bisogno di pane e di acqua, la fame e la sete non sono solo di un momento, ma tornano sempre finché viviamo, ci accompagnano per tutta la vita, sono segno di salute, di voglia di vivere …

.. e Gesù parte da questa esperienza determinante per aprire l’uomo a una prospettiva più ampia della sua esistenza: tutto il capitolo sesto di Giovanni, iniziato con una moltiplicazione dei pani, ci comunica il progetto di Gesù “pane di vita” che è culminato nel discorso eucaristico dell’ultima cena … e questa settimana la liturgia ce lo presenta ogni giorno fino alla completezza.

C’è una fame e una sete che non passa col cibo e con l’acqua; ci sono dei bisogni profondi che non si possono esaudire con cibo e bevanda; ci sarà una sorgente di acqua zampillante che è fatta per un’altra sete … un pane che è fatto per un’altra fame? E’ la sete di felicità, è la fame di amore: per questi bisogni occorre un altro pane, un’altra acqua.

Aveva provato quella donna al pozzo in Samaria a dialogare con Gesù di acqua, di pani, ma Gesù subito la smaschera: “Non ti nascondere dietro questi bisogni, tu hai un’altra sete più profonda dentro. Abbi il coraggio di guardarti nella coscienza e di leggere che hai una vita da alimentare con lo Spirito.”

Gesù si pone davanti … agli uomini come il pane della vita, il sostegno vero, il nutrimento necessario, normale, quotidiano: “vai cercando felicità ovunque, perché non la cerchi nella mia vita, nella mia Parola? Perché non ti decentri dal tuo continuo guardarti addosso e non alzi lo sguardo a me per aprirti alla bellezza di Dio, alla pienezza della felicità?”

Gesù risorto si presenta al mondo proprio così: il pane della vita, il sapore dei nostri giorni, il nutrimento della nostra fame di verità, di gioia, di amore, ma anche di solidarietà, di carità, di disinteresse … non solo, ma si rende presente in questo pane e ogni chiesa è la casa, la custodia del pane della vita, che è il pane di un Dio che non ci abbandona mai.

20 Aprile 2021
+Domenico

Non si vive per mangiare, ma si mangia per vivere

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 26-27) dal Vangelo del giorno (Gv 6,22-29)

Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».

Audio della riflessione

C’è un istinto fortissimo nella nostra vita che è quello della conservazione: scatta dentro di noi per sopravvivere, fin dai primi istanti di vita ci fa piangere, urlare, chiedere perché abbiamo fame e vogliamo essere nutriti.

Un bambino non sente ragioni finché non lo si soddisfa … poi l’istinto modifica i suoi modi di esprimersi, usa la ragione, l’intelligenza, la furbizia, l’ingegno, si organizza, produce, accumula: insomma … diventa un interesse che non ti abbandona mai nella vita, tanto che se non ti lasci educare da valori più alti rischi di non uscire dal circolo vizioso che mette te al centro della vita e tutti gli altri attorno, e magari in dipendenza: allora anziché istinto diventa calcolo, cattiveria, sopruso, sfruttamento, disumanità.

L’amore deve farsi strada entro questa prepotente tendenza!

Gli ebrei del tempo di Gesù erano stati sfamati da quella prodigiosa moltiplicazione dei pani: “Che bello! Con Gesù abbiamo risolto il problema della fame. Che vuoi di più? Noi lo seguiamo e lui ci mantiene; parla bene, dice delle cose belle, è buono, sa aprirci il cuore e ci permette pure di vivere.” … e Gesù non manca di farlo notare alla gente che lo segue: “voi mi cercate perché vi siete riempiti la pancia; quello era un segno e voi vi fermate al segno; dovete fare uno sforzo per andare oltre. Non si vive per mangiare, ma si mangia per vivere. Non solo, ma c’è una vita da nutrire che non è soddisfatta dal cibo materiale; la vostra vita ha bisogno di fare un salto di qualità, dovete coltivarvi un’altra tensione, più forte dell’istinto della fame, che vi apre spazi di bellezza, di amore, di generosità, di poesia, di spiritualità.”

L’uomo non ha bisogno solo di pane e di cose materiali per dare significato al suo vivere, ma soprattutto ha bisogno di dare risposta alla fame di verità, di libertà, di felicità che sente continuamente crescere dentro: ha un cuore che non si può fermare a girare attorno a se stesso, ha uno spirito che lo tende sempre verso qualcuno che sta oltre, ha sete di Dio … e la sete di Dio la si soddisfa solo con la fede.

Gesù si pone al crocevia di questa sete e si offre come sicura speranza di pienezza di umanità, quella cui tutti aspiriamo, e la sua preoccupazione è quella di aiutarli a mano a mano a pensare a un altro pane che è Lui stesso, e che è l’Eucarestia.

19 Aprile 2021
+Domenico

Due giovani si allontanano dalla felicità e Gesù li riprende

Una riflessione Esegetica sul Vangelo secondo Luca (Lc 24, 13-35)

Audio dell’introduzione

Non compare nei Vangeli delle domeniche di quest’anno un’altro … testo molto importante che voglio proporvi, come facciamo di solito con le nostre esegesi: è l’episodio dei due discepoli di Emmaus, perchè ci aiuta a capire di più tutta l’esperienza del risorto.

Lettura del Vangelo secondo Luca (Lc 24,13-35)

Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Audio della riflessione esegetica

Sicuramente delusi, forse anche un po’ disperati, assolutamente con il morale ai tacchi … ti capita qualche volta di avere giù la catena e di stare con il tuo miglior amico a dire tutte le scalogne che ti capitano, magari tutti e due con una birra in mano, per vedervi crescere la forza di una confidenza impossibile e la sofferenza di una tristezza … palpabile.

Ed ecco – dice il Vangelo – in quello stesso giorno due di loro erano in cammino

Erano in cammino e si allontanavano da Gerusalemme, esattamente il contrario del cammino di Gesù che sempre era orientato a Gerusalemme, alla sua meta.

Scendevano e si allontanavano – se ricordate – dal cammino di Gesù anche quell’uomo che incappò nei ladri, quel levita e quel sacerdote che non osarono fermarsi a sorreggerlo e a confortarlo: se ne andavano dal centro della fede, avevano smesso di camminare verso la felicità e le remavano contro; si erano stancati di cercare, avevano preferito tornare sui loro passi.

Sono l’immagine dei nostri percorsi di fuga dalla vita vera, soprattutto dai problemi veri, dalle prospettive faticose, ma che danno soddisfazione.

Avevano abbandonato il Cenacolo, perché vi si respirava aria troppo triste, non avevano avuto più il coraggio di stare là con Maria ad aspettare: è fuga anche non aspettare più, non attendersi più niente dalla vita … potremmo dare un’occhiata alla nostra vita e vedere quante fughe facciamo, quante scuse accampiamo per non guardarci dentro, quante solitudini andiamo ad accumulare, anziché a nutrire di speranza.

Uno dei due ha un nome, Cleopa, l’altro siamo ciascuno di noi: noi persone siamo gente sempre in cammino,  maciniamo chilometri e vogliamo vedere sempre cose diverse, non sempre nuove … non ci ferma nessuno: è bello camminare, è bello vedere nuovi mondi, nuovi panorami, farsi nuove prospettive, non rinsecchire nelle cose di sempre, sicure, senza rischio, ma non tirando calci ai sassi per disperazione come questi due, indispettiti di non riuscire a capirci più niente, con nella fantasia dei sogni che si sono infranti e spenti.

E’ bello camminare, ma avere la certezza che la direzione è giusta, che non è una fuga, non è un percorso di perdizione, ma una salita faticosa verso … ideali grandi.

Mentre discorrevano e discutevano insieme – sempre il Vangelo

Discorrevano e discutevano: sono verbi un po’ attutiti … il significato letterale è che si buttavano addosso l’un l’altro la colpa della tristezza che sentivano. La loro amicizia li aveva legati nella risposta generosa al “venite e vedrete”, nella consuetudine con Gesù, ma adesso si rimproveravano l’un l’altro del fallimento: «Anche tu però hai abboccato alla grande! E tu che mi dicevi “tranquillo siamo in buona compagnia!” Tu invece che di solito sei intraprendente, ti sei adattato e sei stato il primo a dileguarti! Ma abbiamo fatto bene a squagliarcela».

Gesù in persona si accostò e camminava con loro.  Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.

Stanno fuggendo, stanno allontanandosi dalla via che Gesù aveva loro indicato, stanno facendo di testa propria, hanno deciso forse di chiudere l’avventura con tutta la “questione Gesù”.

Anche questa volta è ancora Gesù che non li molla: Gesù non ci lascia mai, Gesù non se la squaglia, siamo noi che non lo vediamo, che abbiamo gli occhi solo per i nostri idoli, le nostre mire, i nostri orizzonti chiusi.

C’è sicuramente qualcuno nella nostra vita che fa di tutto per impedire ai nostri occhi di poterlo vedere … si ripete un ritratto che definisce sempre le apparizione di Gesù, il Risorto. Non sono in grado di vederlo.

Lui c’è, ma non è nelle nostre facoltà di poterlo vedere, non è il punto di arrivo dei nostri sforzi, delle nostre ricerche, delle nostre astrazioni, o delle nostre finte per far tacere il problema o per ritrovare una sistemazione alla bell’e meglio nella vita cristiana, in parrocchia .. magari.

E’ lui che si dà a vedere, non siamo noi che lo troviamo: è crocifisso risorto si dà a vedere, non è visto. La risurrezione è una novità radicale, irriducibile, ma da Lui resa “accessibile”.

La speranza che egli costituisce è sempre un oltre ogni nostra iniziativa: il modo di narrare di Luca fa percepire che non stiamo solo ascoltando la narrazione di un episodio della vita del risorto, ma che siamo collocati dentro un contesto liturgico, come vedremo alla fine quando Gesù spezza il pane.

Questo ci fa capire ancora di più quanto la liturgia sia lo spazio in cui l’accoglienza si fa radicale: lì non sei tu che agisci, la speranza che riesci a incontrare non dipende dal numero di parole che dici, ma dalla sete dell’Assente che hai, dalla accoglienza cui ti apri, dall’inedito di Dio che sempre ci sorprende.

Spesso accostiamo la liturgia con pretese di rendere tutto a nostra misura, a nostro indice di gradimento, ma noi sappiamo che la liturgia è proprio il donarsi di Dio a noi, quindi con le sue leggi, i suoi gesti, la sua parola … non è che per questo deve essere incomprensibile o ingessata, ma sicuramente non può essere la somma delle nostre espressività umane.

Nella vita dei due si sta svelando l’inedita rivelazione di Dio nella potenza della risurrezione e purtroppo il loro aspetto è non solo triste, ma tetro, nero come il loro cuore … e Gesù li provoca, vuol guardare dentro nel loro cuore, vuole sentirsi dire se si è mantenuta in loro una anche debole speranza, una fragile fede.

Niente.

S’arrestarono al sentirlo parlare col volto buio dei momenti vuoti: “Come? Io ho patito tutto il dolore possibile, voi mi avete abbandonato nelle mani della soldataglia cui non sembrava vero di poter sfogare su di me tutte le cattiverie e le frustrazioni della loro vita, mi hanno flagellato e scannato come un agnello condotto al macello, vi siete rifugiati in una oasi di tranquillità lontano da quelle scene di sangue che io per voi pativo su di me e voi neppure un dubbio vi siete mantenuti nel cuore? Avete già cancellato tutto. Avete visto la sacra rappresentazione da lontano, avete forse scrollato il capo per dire la vostra sfortuna di avermi incontrato, non il mio dolore di avervi troppo amato. E ora in questo cammino che s’allontana sempre di più dalla verità non sapete far altro che dare forza vicendevole ai vostri dubbi e alle vostre debolezze.”

State seminando la strada per Emmaus con le vostre pietre tombali, dei vostri definitivi “ormai”, con le vostre disperazioni incoscienti. Sapete usare solo i verbi all’imperfetto. Tutto è irreparabile.

Questa è una cattiva abitudine con cui definiamo tutte le nostre vite, le esperienze affettive: ci volevamo bene, ma ormai…; le abbiamo tentate tutte, ma ormai…; siamo entusiasti di quello che con l’amore ci nasce nel cuore, ma ce lo hanno avvelenato e ormai…  Ho cercato lavoro dovunque in maniera onesta, ma ormai… Credevo di offrire al mio amore un cuore puro, e un corpo dedicato, ma ormai … l’ho già venduto a pezzetti a tutti quelli che mi hanno preteso.

E Gesù dice …

Sciocchi e tardi di cuore

“Siete proprio senza testa e vi tenete in  petto un cuore di pietra, pesante, grossolano. Mettete testa e cuore a quanto vi dico e vedrete a quale  piccineria avete affidato le vostre intelligenze e i vostri cuori. Nella vostra stessa Torah (nella legge) c’è già scritto tutto, solo che non riuscite a far funzionare il cervello; l‘accoglienza della fede, la consapevolezza che non abbiamo in mano noi il segreto della vita …”

… e Gesù, il Verbo fatto carne, la Parola si mise a dipanare le tenebre dell’incoscienza, della superficialità, della paura, della chiusura sul proprio piccolo cabotaggio.

E Gesù presiede alla prima parte, assolutamente d’ora in poi necessaria, della messa: l’ascolto attento della parola, la provocazione a farsi ammaestrare dalla verità.

La Parola di Dio nella vita dell’uomo è risolutiva di tante nostre domande, di tante solitudini, confusioni … purtroppo l’abbiamo ridotta o a qualche bella sentenza sempre edificante, o qualche didascalia di cose già fatte e definite.

Invece la Parola è viva, è come una spada a doppio taglio … “non ritorna a Me senza avere compiuto quello per cui è stata mandata”.

Quando la Parola ti penetra nel cuore, allora ti nasce una grande pace, non è come quando guardi la Tv , o senti i talk show o stai tutta sera a sparare idiozie con gli amici, contento di stare in compagnia, ma incapace di dare alla gioia dello stare assieme quella verità cui sempre si aspira, ma che va cercata con fatica e impegno, scavando dentro di noi e rischiando … ricerca che va oltre.

E alla fine i due discepoli di Emmaus dicono …

Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino

S’è consumata una giornata, una vita a dire la delusione di quello che si è, è calata l’oscurità come frutto della delusione e della disperazione … non volge al declino solo il giorno, ma la speranza, il senso di quello che si è.

Ma Come si può ricominciare da capo? la vita porta sempre qualche cosa di bello e di nuovo, di giusto e di vero oppure è una eternità ingessata nelle nostre miserie?

  • E’ sera quando non sappiamo chi siamo;
  • E’ sera se ci mettiamo noi al posto della verità;
  • E’ sera se cediamo alla casualità, se ci adattiamo;
  • E’ sera quando non si rispettano la dignità della persona e la sua sete di autonomia;
  • E’ sera quando ci si rifugia a scambiare amore e si trova che è solo egoismo e fuga;
  • E’ sera quando mi scoraggio nella precarietà, quando mi distruggono il valore di tutto ciò che ho tentato di costruire nella vita;
  • E’ sera quando ricasco nel vizio, dopo aver giurato, su quel che ho di più sacro, che avrei vinto;
  • E’ sera quando non riesco a dare senso a nessuna preghiera, quando l’amore mi pare una abitudine e l’amicizia un egoismo camuffato;
  • E’ sera quando sperimento noia e non c’è niente che mi piace da fare;
  • E’ sera quando mi si chiude il cielo sopra la testa, perché mi affido solo … ai miei sensi.

Insomma, ciascuno di noi ha il suo buio e oggi può dire a Gesù “Resta qui, non mi lasciare solo, stai con me, stringimi forte perché scivolo via come l’acqua.”

Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.

Gesù accetta l’invito: si ferma, non fugge, resta, si siede a mensa, vuol condividere il pane quotidiano, si accompagna nel momento della gioia della condivisione … e compie quel gesto profondo, innovativo, rivoluzionario e intimo dell’ultima cena: Quella l’avevano ancora negli occhi, quel dono prima di morire li aveva “stregati”, li aveva convinti che Gesù non poteva abbandonarli.

Si aprirono i loro occhi: il corpo spezzato e il sangue versato sono segni di riconoscimento dei cristiani.

E’ solo lì che noi possiamo definirci: il brano evangelico qui va sicuramente oltre la narrazione di un fatto, assurge a simbolo della nuova vita dei credenti; quei due discepoli che riconoscono Gesù allo spezzare del pane sono la comunità cristiana di tutti i tempi che si ritrova a fare Eucaristia sotto ogni cielo, ad ogni latitudine a incontrare il Risorto, la Domenica.

Da Emmaus fino alla fine del mondo, fino al Regno dei cieli, l’Eucaristia scandisce i tempi della vita del mondo e dell’avvicinarsi del ritorno di Gesù Risorto.

Sono andati a Messa e hanno smesso di sentirsi soli, di parlare all’imperfetto, di tirare calci di dispetto ai sassi … hanno smesso di dire ormai … S’è illuminata la loro vita dal buio della loro vita.

… ma lui sparì dalla loro vista.

Divenne invisibile ai loro occhi, dice letteralmente il vangelo, non è andato via, è sempre presente, è sempre lì nel pane e nel vino, nella preghiera di ringraziamento, nello spezzare del pane.

Tocca a noi ora rendere visibile la sua presenza nel mondo, perché Lui è qui: da quando è risorto è presente, attivo, soltanto invisibile agli occhi.

E i due di Emmaus dicono …

Non ci ardeva forse il cuore nel petto …

C’è ora un cuore ardente in ciascuno di loro.

Era ardente anche il roveto del deserto, ardeva nell’indicare la presenza di Dio, oggi sono questi cuori che ardono che indicano agli amici la presenza di Dio e se ne corrono a portare questo fuoco a tutti.

Eccezionali per ogni generazione le parole di Giovanni Paolo II a Tor Vergata nel 2000: “Sono certo che anche voi, cari amici, sarete all’altezza di quanti vi hanno preceduto. Voi porterete l’annuncio di Cristo nel nuovo millennio. Tornando a casa, non disperdetevi. Confermate ed approfondite la vostra adesione alla comunità cristiana a cui appartenete. Da Roma, dalla Città di Pietro e di Paolo, il Papa vi accompagna con affetto e, parafrasando un’espressione di Santa Caterina da Siena, vi dice: “Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!” (cfr Lett. 368).

Questa presenza di Gesù è necessaria come l’aria che respiriamo.

E continuava il Papa “Affido a voi, carissimi amici, questo che è il più grande dono di Dio a noi, pellegrini sulle strade del tempo, ma recanti nel cuore la sete di eternità. Possa esservi sempre, in ogni comunità, un sacerdote che celebri l’Eucaristia! Chiedo per questo al Signore che fioriscano tra voi numerose e sante vocazioni al sacerdozio. La Chiesa ha bisogno di chi celebri anche oggi, con cuore puro, il sacrificio eucaristico. Il mondo ha bisogno di non essere privato della presenza dolce e liberatrice di Gesù vivo nell’Eucaristia!”

E partirono senza indugio

La vera traduzione è: si alzarono nella stessa ora e fecero ritorno a Gerusalemme.

Questo giorno non finisce più: “Ma non era sera, non c’era ormai buio, non ci si stava disponendo a lasciar passare il tempo della notte nella calma? La notte è nostra, ce la teniamo stretta, serve a noi, ad andare fuori di testa tante volte, il giorno non ci piace è pieno di gente che ci importuna. Lasciateci qui, a riprenderci la nostra vita. Invece con quella forza, con quel fuoco, con quella verità che è scoppiata nella loro vita hanno deciso di fare della notte il loro vero nuovo giorno; correndo, hanno ripreso il cammino stavolta nella direzione giusta, con il cuore pieno e vivo, con l’ardore della loro vita e la forza della loro fede.

Hanno rischiarato la notte, l’han fatta diventare il tempo della missione: non è il tempo dello sballo, della ricerca … della felicità sbagliata, ma della comunicazione del tesoro e del fuoco della vita.

Sono tornati dagli undici, cioè là dove era raccolto il piccolo resto di impauriti, che a mano a mano prendevano speranza.

Con gli undici c’era Maria, la madre di Gesù: se li è visti ritornare come ogni mamma che sta silenziosa a vedere che scelte libere fanno i figli … vanno vengono, hanno i loro dubbi, si prendono le loro libertà, fanno le loro fughe … e loro, le mamme, aspettano che cigoli la porta di casa la mattina della domenica, tirando un sospiro: “è tornato, è tornata ancora viva, speriamo anche nell’anima…”

I discepoli di Emmaus, tornano di notte, fanno cigolare la porta del Cenacolo, vi trovano Maria e non hanno bisogno di annunciarle che Gesù è risorto – lei non ne ha mai dubitato – ma solo di dirle che lo hanno visto anche loro, e cantano con Lei il Magnificat, la gioia dell’inizio di un mondo nuovo, definitivo.

E’ quello che vorremmo fare anche noi sempre, dire con Lei il Magnificat: siamo contenti perché Gesù si è affiancato a noi, ha fatto grandi cose, ha sconfitto la morte, ha disperso i superbi, ha distrutto la nostra continua depressione, ha dato fiato a chi non ha voce, ha visitato le nostre giornate, ha risposto alle nostre attese.

Maria, abbiamo incontrato il Signore Gesù, vogliamo fare festa con te, ringraziarti che ci sei stata vicina e continuare con te a vivere questa fede pasquale.

18 Aprile 2021
+Domenico

Ritorna la speranza e saltano le paure

Una riflessione sul Vangelo del giorno (secondo Luca, capitolo 24, versetti 35-48)

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Audio della riflessione

Occorre che ci riportiamo – ogni volta che leggiamo un Vangelo della risurrezione – alla forza, gioia, dono inestimabile della Pasqua e non possiamo non leggere le emozioni, le paure, le nuove forze che nascono nel gruppo disperato – fino a quel giorno – degli apostoli; è un cammino che viene richiesto a tutti per vivere la Pasqua non come una domenica qualunque o un fatto come tanti della vita di Gesù, ma come essa è: il centro della sua esistenza, della sua missione, il centro della nostra fede e della nostra vita di Chiesa.

Gesù ritorna dai suoi e li trova sconvolti e pieni di paure; collochiamo questo fatto in un rapporto normale tra amici: avevano vissuto assieme per circa 3 anni, si erano lasciati lentamente convincere e scaldare il cuore, in Gesù avevano ritrovato speranza … ce ne avevano messa di volontà per riuscire a entrare nel nuovo ordine di idee, nella nuova esperienza di fede che Dio che aveva loro offerto nella persona di Gesù … ne avevano viste di schiavitù saltare, si erano sentiti entusiasti al ritorno dalle piccole missioni a due a due che avevano fatto; ogni tanto litigavano fra loro per spartirsi i ministeri del Regno di Dio … e Gesù li rimproverava amabilmente.

In quell’ultima cena erano convinti, partecipi, commossi, si erano lasciati lavare i piedi. Ma poi c’era stata la prova, lo sconvolgimento, la tentazione, la fuga.

Lui l’avevano lasciato al suo destino, la costruzione della loro nuova mentalità non aveva retto: erano crollate a una a una le motivazioni umane: fascino di Gesù, amicizia, entusiasmo per una nuova visione della realtà, sogni di mondo nuovo, progetti di attività comuni, contrapposizione al mondo, al modello religioso dei farisei.

Avevano sperimentato, ciascuno in cuor suo, la delusione: forse per questo sentirsi “sconvolti e paurosi” era ancora una sorta di rabbia quasi fosse stato Gesù ad averli traditi e ingannati e non loro ad averlo abbandonato.

Secondo loro, Lui non aveva mantenuto le promesse e se ne erano tornati a pescare, le donne avevano speso un capitale per imbalsamarlo – tanto credevano alla risurrezione che aveva loro promesso – e i discepoli si stavano a leccare le ferite.

Ma Gesù si ripresenta, e non per la resa dei conti: arriva per aiutare a capire, per ricostruire amicizia, per radicare nella fede le loro esistenze smarrite. “Quei colpi secchi sui chiodi che avete udito da lontano mi hanno forato mani e piedi, ma non mi hanno fissato alla morte. Quell’urlo agghiacciante che avete potuto sentire, ben protetti per non farvi vedere, non è stata disperazione, ma affidamento a Dio mio Padre, che mi dona per sempre a voi. Quel colpo di lancia ha fatto nascere la nuova comunità, la Chiesa, che ora affido a voi, per vivere una nuova comunione”.

Insomma … gesù non rinfaccia il tradimento ma continua a farli crescere, li lancia nella missione: “Voi sarete testimoni di tutto questo”. Non è il modo di educare di tanti consigli disciplinari o scolastici, che è quello  di calcare la mano sugli errori, di togliersi tutti i sassolini dalle scarpe, di chiamare alla resa dei conti … Gesù invece torna ad avere fiducia, richiama ancora dalla sua parte e dice “vi affido la mia buona notizia, il vangelo, da annunciare a tutti, e non vi lascio soli; il mio corpo e il mio sangue lo avrete sempre.” … e ce lo affida anche oggi.

18 Aprile 2021
+Domenico