L’ esame da superare per la salvezza: ecco le domande decisive

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 31-46

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Audio della riflessione.

Se ci fossero stati dubbi che il periodo della quaresima potesse sembrare una sorta di fiction in cui i cristiani possono giocare a mettersi la maschera del digiuno o della finta preghiera per dare l’idea che c’è ancora un po’ di attaccamento alle tradizioni (infatti le ceneri, il colore viola dei paramenti in chiesa, il digiuno, il mangiare di magro al venerdì e altre tradizioni ne potrebbero dare l’idea), il vangelo di Matteo che oggi si legge in tutte le chiese ce ne toglie ogni copertura. Alla fine del mondo, l’esame di licenza o di laurea per il paradiso sarà di tutt’altro tipo.  

Le domande risolutive saranno molto semplici. Che avete fatto al povero che petulante bussa alla vostra porta? all’handicappato che non può salire nessuna scala? al carcerato che aspetta che gli si venga data una pena certa e una possibilità di riabilitazione? all’immigrato che è venuto a chiederti alloggio o un lavoro? al demente che viene accollato solo sulle spalle dei suoi vecchi genitori? 

Abbiamo mandato assegni alla Caritas, abbiamo fatto petizioni in comune, abbiamo fatto manifestazioni in piazza, abbiamo dato quattro soldi per levarceli di torno, abbiamo fatto lavare i vetri ai semafori… 

Ero io in quel povero, in quel demente, in quell’immigrato, in quel carcerato…  Mi hai guardato negli occhi? mi hai degnato di un sentimento di amore o hai provato solo pietà e magari distacco? 

La quaresima è avere il coraggio di guardarsi in faccia e riconoscere in ciascuno il volto di Gesù. Fare la carità oggi, ma è sempre stato così, non è facile, occorre farsi carico della vita dell’altro, anche negando il denaro che non risolve nessun problema, offrendo la canna per imparare a pescare e non il pesce, aiutando a trovare lavoro perché ciascuno si costruisca il suo futuro, offrendo un microcredito che possa ridare fiato al momento sfavorevole. Molta povertà è solo frutto di inedia, di forze inoccupate e orientate all’ozio e quindi al vizio.  

Come fanno questi poveri a capire che Dio non li abbandona? Solo se troveranno persone che vedranno in loro il volto di suo figlio e lo metteranno al centro della loro vita. Avevo fame e mi avete dato da mangiare, facevo la fila alla Caritas, ma mi sono trovato accolto nel caldo di una famiglia. 

19 Febbraio
+Domenico

È necessario cambiare vita e seguire Gesù nel deserto  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 12-15)

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. 
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Audio della riflessione.

Laconico il vangelo, arida l’immagine: un deserto pietroso, una solitudine e un silenzio assoluti, una fame e una sete che ti tormenta la carne. È Gesù che viene condotto dallo Spirito nel deserto. Quante volte sentiamo il bisogno di staccare la spina perché non ce la facciamo più, perché non capiamo più niente di noi, perché la vita ci travolge. Qualche volta abbiamo dei flash, che ci fanno percepire le assurdità che viviamo e desideriamo prenderci in mano la vita.  

Gesù prima di dare corpo ai suoi sogni, prima di mettere in atto il suo progetto radicale, prima di ripercorrere tutte le strade della Palestina per predicare il vangelo, la buona notizia, si guarda dentro, vuol organizzare tutta la sua vita per l’unico scopo che con Dio Padre ha da sempre sognato: dire a tutti gli uomini, farlo loro provare, convincerli che è imminente la salvezza definitiva per l’umanità, dono di un Padre pieno di amore e misericordia. Sono giunti i tempi in cui Dio rimette il mondo nella prospettiva vera, definitiva, in cui libera l’uomo dal peccato, dalla disperazione, dalla solitudine mortale. A questo occorre orientare tutto.  

La nostra arte invece è sempre quella di sfruttare l’occasione, di tenere il piede in due scarpe, di non deciderci mai per cose definitive. C’è sempre un rimedio a tutto. Certo, decidersi vuol dire tagliarsi le vie di fuga, sapere bene per che cosa vivere, o meglio, per chi vivere e per questo imboccare la strada giusta. 

C’è una inversione a U da fare. Nella vita non è come in autostrada, dove occorre sempre andare avanti diritti; nell’esistenza qualche volta c’è da cambiare radicalmente, da tornare indietro. Abbiamo capito che siamo fuori strada, qualche amico, i genitori o il coniuge, ce lo ha fatto intendere, talvolta ci si apre davanti un baratro, spesso è un rimorso insostenibile. Non ci sono calmanti da prendere, c’è solo da dirci onestamente: ho sbagliato; ho perso la testa, sto rovinando tutto. Cambio. Mi costerà, ma voglio una vita dignitosa, più bella, veramente senza fiele per nessuno e piena di gesti di amore. Cambio, mi converto. Sarà dura, ma ne val la pena. Stacca davvero le cuffie e mettiti a gridare che c’è ancora una speranza di vivere alla grande.

18 Febbraio
+Domenico

Non farti blindare la vita da una cassaforte  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5, 27-32)

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».

Audio della riflessione.

Sentirti prospettare davanti una scelta di vita chiara, decisa cui puoi rispondere risoluto, senza tentennamenti è bello. Purtroppo, invece tante nostre vite si devono trovare la strada nell’incertezza, devono vivere di tentativi, prove, ripensamenti, approssimazioni. Ne imbocchi una che sembra la più adatta e non t’accorgi che è un vicolo cieco, hai fatto tanti sogni, ti han promesso che si sarebbero realizzati se avessi seguito quella strada, se avessi scelto quella facoltà, quegli studi, quella professione, poi alla resa dei conti non conta più niente, è cambiato il contesto, sono diverse le aspettative della società.  

Chi ti ha consigliato e ti ha messo in cuore prospettive di futuro o faceva i suoi interessi e gli servivi soltanto o non si portava dentro le risposte alle promesse che faceva. Gesù invece sa guardare nel cuore degli uomini e vede che sono fatti per cose grandi e osa stanarli dai loro loculi, osa tirar fuori anche noi dal nostro piccolo orizzonte autosufficiente che è sicuro solo di accontentare non di esaltare e portare a piena realizzazione. 

È così quando passa davanti al banco delle imposte. Lì c’è gente che conta i soldi, che li riscuote, che li sa far fruttare, li impiega, li gira, fa bonifici, costruisce piani di finanziamento, accontenta e spreme. Il guadagno è sicuro. È proprio un bel lavoro: comodo, pure onesto, se non fosse per quel rapporto con i romani, gli occupanti che vivono da parassiti. Una vita può ben essere impostata così: 9-12, 15-18. Che vuoi di più? Mi resta anche del tempo libero. Ma il cuore vaga altrove, il pensiero si porta ogni giorno su domande destabilizzanti. Ma è proprio qui tutta la mia vita? Sono venuto al mondo per stare dietro a un banco a contare e a far quattrini? La forza che mi sento dentro, la voglia di spaccare il mondo, il desiderio di pienezza si può arenare su questi registri o chiudere in questa cassaforte? 

Gesù legge quello che bolle in questa vita, è Lui che ne conosce il segreto, che ci ha messo un desiderio incolmabile di bontà e lo chiama: perentorio, deciso, senza lasciare dubbi. Non è: potresti riflettere, fare un bilancio tra entrate e uscite nel registro della tua vita. Non ti sembra che forse potresti… Non c’è nessun condizionale. C’è un imperativo: seguimi, vienimi dietro, stammi attaccato, lascia tutto e cambia, vieni. Quei soldi che conti non ti fanno felice, quella cassaforte che custodisci, sta blindando anche la tua vita, sta chiudendoci dentro anche i tuoi sentimenti. Seguimi.  

E Levi lasciando tutto si alzò e lo seguì. E non si pentì mai di avere deciso di stare dalla sua parte. Si è messo a girare il mondo per dire a tutti che Dio non ci abbandona mai neanche nello scegliere la nostra strada. 

17 Febbraio
+Domenico

La vita cristiana è una vita beata e felice  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 14-15)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

Audio della riflessione.

Essere cristiani è sbilanciarsi dalla parte della severità della vita, della austerità dei comportamenti, della mortificazione delle espressività umane o è scegliere la gioia, la serenità, la letizia come stato normale di vita? Credere in Gesù che ci invita a prendere sulle spalle la nostra croce è vivere di lutti e digiuni oppure è essere capaci di fare festa, gioire anche con gli occhi velati di pianto, avere nel cuore una grande speranza che dà sollievo alle immancabili sofferenze dell’esistenza? È essere destinati alla mortificazione o è far esplodere la bellezza del vivere in una umanità aperta al futuro bello e beato di Dio?  

I discepoli di Giovanni, dopo le sfuriate e le invettive che si erano sentititi addosso nel deserto, alla sequela della sua austerità avevano cominciato a girare per la Palestina per richiamare a tutti la severità di una nuova impostazione di vita. Occorreva dare una svolta a una vita segnata dalla falsità e dalle abitudini mortificanti di una religione che rischiava di essere senza Dio. Gesù inizia da lì, ma il suo messaggio è di gioia e di felicità. Lui sa che cosa ha depositato Iddio nel cuore dell’uomo, lui conosce le potenzialità di una umanità riportata al disegno del Creatore e lancia i suoi discepoli sulla prospettiva di una vita nuova. Dirà sulla montagna per otto volte: beati, beati, felici. 

 Il segreto della fede cristiana sta nel sentirsi accolti da Dio come figli, nel sentirsi trattati come amici e fratelli di Gesù, nel toccare con mano il futuro di Dio. Quello che sarete non lo potete nemmeno immaginare; ora siete nella tristezza, ma verrà lo Spirito e vi darà la vera gioia. La vita cristiana è l’invito a una festa di nozze, per le quali lo stesso sposo anticipa la sua presenza nel mondo. Sono venuto perché abbiate vita in abbondanza, chi segue me non cammina nelle tenebre, voglio che la vostra gioia sia piena, oggi sarai con me in paradiso, io sono pane di vita che produce eternità, chi crede in me non avrà più fame…  

Si potrebbero moltiplicare tutte le frasi di Gesù, tutte le sue promesse e i suoi doni effettivi. Lui è il sole della vita, la gioia dell’esistenza. Soltanto quando lui non c’è abbiamo da soffrire, ma Lui non manca mai dall’orizzonte della nostra storia. Vivere da cristiani è avere questa certezza. Per questo i martiri attendevano con gioia la morte, passavano attraverso supplizi indicibili con il sorriso sulla bocca: andavano incontro allo sposo. 

Sappiamo tutti che nella vita la felicità non è messa in dubbio dalla fatica, ma dalla disperazione. Noi non siamo disperati perché Dio non ci abbandona mai. 

16 Febbraio
+Domenico

Fatti carico della croce e porta con me il male del mondo  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 22-25)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?».

Audio della riflessione.

Ci mettiamo tutti sulla strada di qualcuno, ci facciamo tutti un ideale da seguire, abbiamo tutti una persona che è per noi una guida, un esempio, un modo di concretizzare i nostri sogni, le nostre attese. Ognuno segue più o meno intelligentemente una strada che altri hanno segnato per lui. Si impara per intelligenza, ma sempre applicata a una esperienza; la creatività è distaccarsi da una sequela pedissequa, inventare una nuova via, ma sempre a partire da quella che abbiamo sotto gli occhi. Da soli non possiamo vivere e non possiamo nemmeno crederci autosufficienti. Le più grandi scoperte sono sintesi geniali del cammino dell’umanità, luci che abbagliano, e che sono state alimentate dal lavoro paziente di secoli.  

Ma c’è nel discorso di Gesù qualcosa di più profondo di questo sentirsi tutti far parte di una fila; è essere orientati a una sequela. Con Gesù c’è qualcosa di necessario da prendere per stargli dietro, non gli si va dietro a qualche maniera, ma con una croce. Chi vuol venirmi appresso, può starci solo con la sua croce; venire dietro a me non è scaricare il dolore immancabile della vita sugli altri, rifiutare quella sofferenza che spesso tu stesso ti sei procurato. Io non sono una comoda esenzione dalla durezza della vita, ti insegno a portarla invece.  

A stare con me cresce la tua responsabilità e la coscienza che il male che hai fatto te lo devi caricare, anzi se vuoi venire con me ti chiedo anche qualcosa di più, di farti carico del male del mondo. C’è troppo male nel mondo. Non è possibile cambiarlo in bene se non con un di più di amore.  

A chi mi vuol seguire chiedo di buttare dentro nella vita sacrificio e sofferenza, non meritata e nemmeno immaginata, per quelli che stanno nel mondo da gaudenti a rovinare gli altri.  Il buon comportamento, che è già una scelta eccezionale per i tempi in cui viviamo, non è sufficiente a sradicare il male. Occorre un di più di amore, occorre sradicare il male mettendo in campo la capacità di assorbirlo su di sé e distruggerlo.  

La logica della reversibilità che prevede che a una azione buona corrisposta un premio, a una azione cattiva una punizione e di conseguenza a una azione ingiusta una ritorsione va superata. Uno accetta la sofferenza perché è innamorato di Cristo e diventa come grazia, dono di salvezza, segno concreto per tutti che camminiamo con Gesù e che Dio non ci abbandona mai. 

15 Febbraio
+Domenico

Il digiuno cristiano non è per la salute fisica, ma per la propria coscienza di figli di Dio e di fratelli  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6,1-6.16-18)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Audio della riflessione.

Disintossicarsi, mettersi a dieta, svelenire la vita, staccare la spina, fare un po’ di deserto, prendersi una pausa… sono tutte espressioni che dicono come nella vita di ogni uomo ci sia bisogno di un tempo che crea discontinuità con la routine quotidiana e che ci permette di guardare alla vita da un altro punto di vista.  

Siamo sempre noi in ogni momento capaci di dare senso al nostro vivere, non ci possiamo permettere apnee o stati comatosi, occorre però ogni tanto avere il coraggio di collocarsi da altri punti di vista perché nella vita interviene spesso l’abitudine ad abbassare la guardia, la comodità a dare forza all’inerzia, talvolta anche la passione ad annebbiarci la vista, la solitudine a incancrenire atteggiamenti che assolutizzano stati d’animo.  

La Quaresima è vista proprio come tempo di conversione, di cambiamento del cuore, di prova per riportare alla sua brillantezza il metallo prezioso che è la vita. Vieni nel silenzio e parlerò al tuo cuore… dice il libro di Osea (16). E Gesù parla di digiuno, di mettere il corpo in uno stato di attesa inevasa dell’istinto della fame, di controllo della sazietà per accorgersi di un’altra fame, di un’altra sete. È un esercizio che siamo invitati a fare su di noi non per ridurre la cellulite o il colesterolo che pure sarebbe cosa utile, ma per ridare allo Spirito il suo compito di guida della nostra vita.  

E questo va fatto nella gioia di una decisione non nella costrizione di una legge, nella certezza di aprire l’animo alla bontà, non nella infelicità di una privazione, nella prospettiva di fare verità nella propria coscienza non nella preoccupazione di dare una immagine severa di noi. Il digiuno è un atto di amore a Dio, non è un biglietto da visita per accreditarsi nel mondo dei pii. 

 Allora digiuno è privazione a vantaggio di altri, è condividere con i poveri quello che abbiamo perché ce ne priviamo per loro, è riportare la natura ad essere madre per tutti e non un possesso di qualcuno, è riportare il mondo alla sua destinazione per la felicità di tutti e non per la gioia di pochi. Soprattutto è mettere al centro Dio, lo Spirito, la preghiera, la contemplazione di Lui. E questa opera quaresimale la facciamo con gioia perché è un altro segno che scriviamo nella nostra vita col quale ci facciamo segno per tutti che Dio non ci abbandona mai.

14 Febbraio
+Domenico

La presenza dello Spirito va cercata sempre nella vita, ne è la verità

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8,14-21

In quel tempo, i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. Allora Gesù li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». Ma quelli discutevano fra loro perché non avevano pane.
Si accorse di questo e disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non comprendete ancora?».

Audio della riflessione.

Ci sono tanti modi di affrontare la vita, i suoi problemi, soprattutto i significati di ciò che accade, le persone che sono sempre un messaggio per la vita di tutti. Certi fatti ricorrenti non sono solo ripetizione o mancanza di fantasia, ma segnali che ci vogliono parlare, se siamo capaci di farci provocare. In ogni fatto c’è la presenza dello Spirito che va decifrata e riconosciuta. Non ci deve mai essere niente e soprattutto nessuno che può essere dato per scontato.  

Dentro ogni vita umana c’è una presenza, una attesa, una necessità di compimento, di espressione che occorre saper leggere e da essa farsi stimolare. Sono eventi, fatti, aggregazioni di persone, che si portano dentro i disegni di Dio sulla nostra storia; godono di una diretta presenza di Dio, ci dicono che lì Dio ci sta, è a casa sua, vi sta lavorando perché ne nasca un progetto sempre più accessibile di regno di Dio.  

Il Concilio ci ha aiutato a chiamarli e a leggerli come segni dei tempi, come fatti, cioè dove Dio opera e si lascia trovare. E lì si costruisce la nostra storia, sotto la sua regia che diventa chiamata, vocazione per ogni persona per la sua felicità piena e la vita del mondo. Noi spesso siamo molto tardi a capire, pensiamo sempre che un brano di vangelo sia come un articolo di cronaca di quotidiano, che non ha niente da svelare, ma ha solo da informare. La nostra vita non è frutto solo di informazioni, pure molto utili, ma di capacità di lettura profonda che vuol dire lasciarsi attrarre da Gesù che sotto quei fatti ha collocato la sua azione, il suo sogno, il suo Spirito.  

Queste continue emigrazioni, per esempio non sono assolutamente casuali, ma nascono da un progetto più grande di Dio, che tocca a noi scoprire tra un naufragio e l’altro, una serrata di porti ufficiale e tanti approdi senza chiedere permesso a nessuno, se non alla propria voglia di vivere, di lottare, di cambiare, di dare amore e non solo difendersi da cattiverie e sfruttamenti inauditi.  

Di fatto tutti ci stiamo misurando con queste persone, con i morti in mare, con i torturati dei campi di schiavisti, con mani di sfruttatori travestite da compagni di viaggio. In questa grande migrazione di uomini, donne, bambini, giovani e nonni, Dio è presente e ci provoca a cercarvelo, ad ascoltarlo attraverso le loro voci. Noi magari ci stiamo continuamente solo a lamentare o a incuriosirci, o a provare compassione.  

La migrazione è un segno dei tempi, papa Francesco ce la presenta sempre così, perché lì ci sta Gesù e lì lo dobbiamo incontrare. Non diciamo come gli apostoli in barca che dicono che qui non abbiamo pane abbastanza, c’è un solo pane. E sì che avevano potuto vedere come Gesù sa moltiplicare i pani, uscire dalla strettoia, ma vuole sempre più il nostro appoggio, la nostra fattiva concentrazione, purtroppo non sempre vicina alla realtà. Non solo ma voleva far capire che dire che in barca c’era solo un pane, con una sorta di amarezza e di fame non soddisfatta, significava non capire che il vero pane della vita è Gesù e noi questo ce lo vogliamo dire, ripetere annunciare e vivere. 

13 Febbraio
+Domenico

La fede è un dono non la certezza di una prova  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8,11-13)

In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova.
Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno».
Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.

Audio della riflessione.

Fa parte della nostra esistenza di tutti i giorni nei rapporti con le persone, con il mondo delle informazioni, con la spesa che facciamo al supermercato, le visite mediche di cui abbiamo bisogno, nel rapporto genitori – figli, marito – moglie, datore di lavoro – operaio di dover mettere in atto un atteggiamento di fondo che è la fiducia, fidarsi, ritenere che la merce sia buona, l’amico non ti inganni, l’amore sia vero e non una finta, le notizie non siano fake news, il datore di lavoro ti versi i contributi, il lavoratore sia competente e coscienzioso…  

Insomma, sempre dobbiamo tenere l’occhio aperto, abbiamo intelligenza e forse anche esperienza, ma una buona dose di fiducia è necessaria. Non puoi chiedere di tutto la prova, la verifica… Coloro che ascoltavano Gesù erano molto perplessi su quanto diceva, sulla sua figura, sul suo vangelo e chiedevano continuamente dei segni, delle prove, volevano fare continuamente delle verifiche.  

Certo, se ci si fosse dovuti decidere di credere in Gesù, si sarebbe trattato sempre di un cambiamento radicale di stile di vita, di fede, di preghiera. C’era di mezzo non solo la salute come per i cibi, ma soprattutto il delicatissimo rapporto con Dio. Per un mondo religiosissimo come il popolo di Israele non era un fatto secondario.  

Gesù si scontra dunque con la incredulità che però viene da accecamenti, da partito preso soprattutto nei farisei, da disattenzione o faciloneria da parte degli apostoli. Il messaggio di Gesù non è accolto in profondità. I farisei gli fanno tranelli, lo vogliono mettere alla prova, rifiutano con leggerezza ciò che è loro donato da Dio, pretendono di essere loro stessi di dettare a Dio come deve agire. Manca l’apertura, l’umiltà, la fiducia, la libera adesione, che sono le disposizioni interiori per accogliere Gesù come Messia.  

Sono la nostra immagine di razionalisti impertinenti. Il vangelo mette a nudo un sentimento di Gesù disturbato da questa richiesta e scrive: “sospira profondamente”. Gesù sta vedendo come spesso è difficile che accettino i suoi principi, rispetta sempre la libertà degli interlocutori, della decisione umana, perché è proprio da essa che deve nascere fiducia, accettazione, dialogo serrato, ma aperto. Ci dobbiamo domandare anche stiamo costringendo Gesù a fare questo sospiro profondo anche per noi, per le nostre pretese, la nostra sfiducia, la nostra immobilità a stare sempre sulle nostre, la nostra cocciutaggine o altezzosità nei confronti della sua proposta di bontà paziente, la nostra vergogna di fronte ad amici increduli per cui passeremmo per stupidi o arretrati. Ci interessa di più una sorta di stima comperata che una convinzione accettata 

 Ci nasce l’invito ad aprire i nostri cuori e quelli di tutta la gente alla ricerca umile e disinteressata del bene, della verità e della salvezza. E sappiamo che Gesù in questo caso non concede prove; ci donerà qualche volta un segno, ma non sarà mai la rispostina che chiude il problema, che mette una botola sulla domanda, ma una grande provocazione: il segno che concederà sarà quello della risurrezione, che è ancora tutta da accettare e non da dimostrare. La fede è bella proprio per questa libertà che innesca nella vita del cristiano: è libertà che ci permette di scoprire e seguire la verità. 

12 Febbraio
+Domenico

Una lebbra che ci corrode tutti è il peccato  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,40-45)

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Audio della riflessione.

Ci sono delle persone che hanno un coraggio indomabile di fronte a tutte le avversità, altri si adattano e non reagiscono. Capita così anche nella malattia. Vedi subito se uno ha voglia di vivere o no, se vuol combattere o ha perso ormai ogni energia. Qualcuno si lascia morire, altri invece hanno voglia di vita da vendere e reagiscono. Spesso questa è la forza necessaria per continuare a vivere, è una forza che compie miracoli. La vita anziché essere una fatalità è sempre una scelta, o meglio, un dono da accogliere e se non lo vuoi, nessuno te lo può imporre, prima o poi se ne va. 

Era attaccato alla vita quel lebbroso che è corso ai piedi di Gesù: ha saltato tutte le regole che imponevano ai malati di lebbra l’isolamento e si è portato davanti a Gesù. La gente pensava: ormai sei condannato, stattene tranquillo dove sei, la vita è un colpo di fortuna, tu sei sfortunato, adattati alla tua situazione!  

Invece lui balza nella vita e supplica: se vuoi, se mi dai ascolto, se guardi alle mie privazioni, a quel che mi manca per essere un uomo, tu puoi ridarmi tutto quello che hai dato ad ogni creatura. Perché io dovrei rimanerne privo? Puoi guarirmi. È una preghiera semplice, ma decisa, sa quel che chiede e sa a chi chiede. Gesù di fronte a questa fede risponde subito: lo voglio. È animato da compassione, da attenzione profonda alla sofferenza.  

E lui, il lebbroso diventa il primo annunciatore della grandezza di Gesù, lo va a dire a tutti, non lo tiene più fermo nessuno; ha riottenuto la gioia di vivere e la canta più che può. E annuncia non solo e soprattutto il fatto, ma la parola, il logos, se vogliamo stare alla parola greca che Marco usa. Annuncia qualcosa di più di un miracolo, di un aspetto meraviglioso, che ha dell’incredibile, ma annuncia la parola di salvezza.  

Nella guarigione della lebbra è significata ogni altra guarigione. Anche noi siamo quel lebbroso, anche a noi cade la vita a pezzi, perdiamo la freschezza e l’innocenza. Anche a noi le mani anziché essere tese all’abbraccio diventano moncherini mortificati, le nostre labbra anziché essere aperte a parole d’amore, sono disfatte dalla maldicenza; anche i nostri piedi anziché essere portatori di gioia, di vangelo sono paralizzati nella nostra solitudine. Una lebbra ce la portiamo dentro tutti, un principio che smonta la nostra vita pezzo a pezzo e ce ne fa perdere la bellezza la proviamo tutti. È lebbra il peccato, è lebbra lo scoraggiamento, è lebbra la paura. È lebbra l’odio. È lebbra la ritorsione, la vendetta. È lebbra farsi giustizia da sé. È lebbra farsi sempre e solo i fatti propri. È lebbra un cellulare che non riesci mai a spegnere. Abbiamo bisogno di gridare anche noi: se vuoi, puoi guarirmi, certi che Dio non ci abbandona mai. È lebbra possedere la persona amata invece che volerla sempre più sé stessa e gioire della sua originalità. È lebbra il tuo amore di giovane se comincia ad essere un laccio invece che un seme che apre a una vita nuova che completa la vostra.

11 Febbraio
+Domenico

Cammino lungo, compassione viscerale, pane abbondante

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8,1-10

In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, Gesù chiamò a sé i discepoli e disse loro: «Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano». 
Gli risposero i suoi discepoli: «Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?». Domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette».
Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli.
Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. Erano circa quattromila. E li congedò.
Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà.

Audio della riflessione.

Di fronte al bisogno c’è gente che si mette in moto subito per rispondervi e altra che o non si accorge delle domande, o non vuole nemmeno interessarsi. Gesù invece è sempre il primo che quando intuisce una sofferenza, una necessità, un bisogno anche materiale, come la fame, si lascia sempre coinvolgere, prende posizione, fa suo il problema (la parola compassione “sento compassione di questa folla”, si commosse, talvolta dice il vangelo, significa che si mette a disposizione visceralmente, non solo pensando a un bisogno, ma vivendone la tensione, la provocazione) e ha la capacità di rispondervi allargando e aiutando ad approfondire la domanda, sviscerando che cosa di più profondo deve portarsi dentro.  

Ha di fronte gente che lo segue da tre giorni, affascinata dalle sue parole e dalla sua capacità di coinvolgere e far parlare la vita e si preoccupa della loro fame. È Lui che prende l’iniziativa, che sottolinea la necessità del pane per la lunghezza del cammino che la gente deve compiere; nello stesso tempo però vuole aiutarli a pensare a un’altra fame: quella che li ha portati a seguire Gesù, la Parola fatta carne. 

Vuol quindi far alzare lo sguardo di tutti a Lui, perché lui stesso è questo pane. Quando rileggeranno o si racconteranno nelle loro case o nelle loro chiese domestiche questi fatti lo ritroveranno nel pane donato a tutti nell’eucaristia per la vita del mondo. La chiesa verrà percepita sempre più non solo come una scuola di sapienza fondata da un maestro, in cui si possono abolire i riti conservando solo l’insegnamento di fratellanza. Diventerà chiaro che essa è il corpo di Cristo, che si nutre di Lui, morto e risorto.  

E noi oggi a più di 2000 anni di distanza, sappiamo che ci mettiamo in una unità profonda, nello stesso corpo di Lui attraverso la parola e i sacramenti. Questo miracolo Gesù lo ha fatto in terra pagana, con molti che vengono da lontano, dice il vangelo. Questo pane misterioso è destinato ai molti che devono ancora venire e che tocca a noi invitare al banchetto. Impariamo a dividere i beni della terra con tutti e nello stesso tempo ad offrire a tutti il pane che è Gesù. Questo servizio nei confronti della gente sia per sfamarsi di pane che per offrire loro il mistico Corpo di Cristo sarà il compito principale della chiesa che si nutre alla mensa della sua Parola e distribuisce il pane che sostiene nelle prove e nelle tentazioni. 

10 Febbraio
+Domenico