Il Regno di Dio è già tra di noi

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 1,14-20)

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. Subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Audio della riflessione

Avere un lavoro vero, stabile, non a tempo o mal pagato, in cui ci si possa guardare dentro (e non poter ingannare per far crescere solo le percentuali di lavoratori e far calare le percentuali di  disoccupazione) oggi è una fortuna. Se è vero lavoro, è possibilità di vita, di sviluppo della persona, di creatività, di libertà di decidere di sé, di fatica, ma anche  di progetto, di futuro. Quando lo perdi vai in crisi nera. Oggi che sei costretto a cambiarlo piuttosto spesso, se hai una certa età provi ansia e disperazione.  In certe zone d’Italia puoi stare in area di parcheggio per una vita e spesso sei costretto ad emigrare.

Proprio entro questa esperienza quotidiana, comune, intensa fa la sua irruzione Gesù. I lavoratori sono pescatori, proprietari e salariati. Vita dura, esposta ai capricci della sorte, si può stare tutta notte a raschiare il fondo del lago senza prendere niente, qualche volta ti sorprende la burrasca e rischi la vita. Ma è sempre il tuo lavoro, la tua possibilità di vivere e di essere. Andrea e Pietro, Giacomo e Giovanni ci stanno da una vita. Ma arriva Gesù nel mezzo della loro fatica, mentre gettano le reti o mentre le rassettano. “Ma vi rendete conto che siamo a una svolta della nostra storia? Non sapete che sta scoppiando una novità inaudita, nuova, impensabile? Avete posto orecchio e occhio a quel che capita? Non vi suggerisce niente il vostro cuore? Non percepite che la terra sta gemendo per le doglie di un parto? sta nascendo un mondo nuovo e voi state a tendere l’amo ai pesci, state a litigare con le correnti, a ingarbugliavi con le reti!?

Il regno di Dio ci scoppia tra le mani e voi lo lasciate passare? Bisogna che vi lasciate rivoltare la vita, occorre guardarla da un altro orizzonte. C’è qualcosa di ancora più importante del vostro lavoro: non sono i pesci da pescare,  ma gli uomini da salvare.

Seguitemi, vi farò pescatori di uomini, Pietro il tuo posto è oltre le tue barche, i tuoi tradimenti e le tue cocciutaggini; è in una nuova casa per tutti gli uomini: la Chiesa. Ci state a darmi una mano? Non vedete quanti uomini hanno perso la speranza, si adattano alla mediocrità, si impantanano nei loro peccati?”.

E questi, subito, lasciate le reti, lo seguirono. Avevano sentito il fascino di Gesù, ma soprattutto contemplato in Lui, in carne e ossa, volto e decisione, fatti e non solo parole quel tempo che la loro storia prediceva che sarebbe arrivato.

Noi invece siamo esperti del calcolo, del rimando, del pesare bene tutte le opzioni, dell’indugiare, del lasciar passare la vita nella nostra inerzia. Nel regno di Dio c’è lavoro per tutti, tanto che il nostro stesso lavoro ne è un cantiere se vi saranno dedizione alla giustizia e alla solidarietà. Per noi è da allora regno di Dio anche il lavoro, la condivisione della sua fatica con tutti, la solidarietà che vi si esprime, i sogni di mondo nuovo che vi nascono, le trasformazioni della terra che rispettano la natura.

21 Gennaio
+Domenico

Il messia è proprio pazzo!

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 3,20-21)

In quel tempo, Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare.
Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».

Audio della riflessione

Per renderci conto di come vedevano Gesù i suoi contemporanei riporto volenteri questa fantomatica gazzetta che un gruppo di giovani un giorno s’è inventato. L’ha chiamata “gazzetta del Giordano”, datandola Anno 31esimo, dal 12 al 17 febbraio del 31. Il primo articolo a tutta pagina era così: Il Nazzareno pronuncia un discorso scandaloso. Il profeta è pazzo! e sottotitolo: Su un colle vicino a Cafarnao: farneticazioni riguardo la felicità. Gesù viene presentato come il chiacchierato figlio di un carpentiere che da qualche mese predica la venuta del regno di Dio e l’amore fra le genti, e che ora è ricercato dal Sinedrio dopo il suo discorso intitolato: Le beatitudini. Fin qui la fantasiosa “gazzetta del Giordano”.

Se ascoltiamo bene le parole di Gesù, la sua parola è follia pura, non può essere ridotta a buon senso, a cose che stanno nella media. Esige uscire da sé per capirlo, uscire dal perbenismo per ascoltarlo. Quanti tentativi facciamo per rendere spiegabile la persona di Gesù, per abbassarlo al nostro buon senso, per stringerlo nei nostri piccoli orizzonti e, meno male, che non ci riusciamo. Lui guarda negli occhi a uno a uno e ciascuno è suo interlocutore, come lo è stato per il cieco, il lebbroso, il malato, l’indemoniato. Ha due occhi sempre sorridenti, che sembrano due scanner, tanto è capace di individuare, ricordare e coinvolgere e confortare.

Gesù è deciso, Gesù non si presenta più come il placido giovane di paese che passa il tempo senza grandi ideali, senza affanni, pur nella serenità di una vita. Gli brucia dentro un fuoco, una passione: questo regno di Dio è imminente nella sua manifestazione definitiva che inizia proprio con Lui e occorre risvegliare la gente, il popolo eletto, le persone, ciascuna con la sua storia. Ha uno sguardo da sentinella, un cuore incontenibile, un dialogo costante con il Padre. Ha imparato sicuramente da Giovanni il Battista.

Di lui ha sicuramente ha  preso il testimone di una urgenza, che non è fretta, non è disprezzo per le persone fragili che hanno bisogno di tempo per decidersi, e questo volontà lo brucia, lo travolge e vorrebbe travolgere con essa per il Regno di Dio tutti quelli che incontra. Non per niente si è trasferito sulle rive del lago, su questa via delle genti, autostrada di incontri di popoli, di idee, di merci, di contratti e di contatti, proprio per svegliare coscienze, allargare orizzonti, uscire, direbbe papa Francesco, che ha imparato benissimo la lezione.

Noi come rispondiamo a questa decisione radicale di Gesù, da rasentare la pazzia? Mettiamo il silenziatore a tutte le sue parole, non solo alle beatitudini, non solo ai molteplici guai che lancia ai perbenisti, non solo alle frequentazioni con Zaccheo, all’accoglienza dell’adultera, al dialogo imbarazzante con la Samaritana, all’abbraccio dei lebbrosi, ma anche alla sua via Crucis. Questa pazzia non è una pazzia da malati di mente, ma è una risposta definitiva a una fede che ti prende tutta la vita e che noi spesso tratteniamo per noi, per i nostri interessi, per coprire la nostra mancanza di fiducia in Dio. Nella fede in Dio occorre buttarsi decisi.

20 Gennaio
+Domenico

Nessuno è a questo mondo a caso

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 3,13-19)

In quel tempo, Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni.
Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè “figli del tuono”; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì.

Audio della riflessione

Tutti abbiamo provato la spiacevole situazione di andare a un incontro, a una manifestazione, a un appuntamento con persone nuove e di restare in un angolo, senza essere presentato, senza nome, senza collocazione. Magari non hai nemmeno un amico con cui condividere l’imbarazzo e trovarti un alibi. Sei lì, solo, nessuno ti dice niente, imbarazzo assoluto. Peggio ancora quando con amici si decide di fare qualcosa di interessante, tutti hanno un ruolo da svolgere, una parte da fare, un incarico da sostenere e tu sei lasciato lì inerte: nessuno ti dice niente, nessuno ritiene di darti una qualche responsabilità; sei proprio il due di coppe.

Gesù, nella sua missione, non trattava proprio così nessuna persona. Ciascuno nella vita ha un posto. Nessuno è a questo mondo a caso. Siamo tutti destinatari di una chiamata, di una vocazione diciamo noi in ecclesialese. Vuol dire che tutti abbiamo un posto, non un destino; tutti abbiamo una missione che ci viene proposta e che noi possiamo accettare o meno, dipingere con la nostra creatività o sopportare, caricare delle nostre energie e del nostro entusiasmo o lasciar cadere.

E’ stata la prima cosa che ha fatto quando ha iniziato la sua vita pubblica: ha chiamato dodici persone a far da gruppo stabile che vivesse con lui e li ha chiamati tutti per nome. Era sicuramente la compagnia più impossibile che potesse esistere: lenti nel capire, incapaci di collaborare, qualcuno poi si è rivelato un traditore, qualcun altro aveva solo interessi personali. Ma Lui Gesù li ha chiamati tutti a uno a uno e ha fatto loro la proposta del regno e ciascuno ha giocato la sua libertà e la sua vita. Sono passati attraverso entusiasmi, tradimenti, sperimentazioni, paure, ma alla fine quella chiamata personale li ha visti tutti rispondere con decisione. Tutti hanno visto naturale seguire il maestro, stare dalla sua parte, ciascuno con la sua caratteristica umana che è già una strada che Dio ci indica per farci capire chi siamo e come siamo originali. Non siamo fatti con lo stampino, ma ogni uomo è un capolavoro originale e a questo capolavoro partecipiamo con la nostra risposta.

E’ così per tutti: all’esistenza siamo chiamati, non ci siamo a caso, non siamo al mondo per un preservativo rotto, ma tutti chiamati a una speranza viva.

E io oggi questa speranza la trovo nella persona di Gesù, incontrabile in ogni bisognoso di affetto, di vita, di gioia, di speranza, che accolgo seguendo l’esempio di Gesù.

Anche noi desideriamo toccarlo!

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc, 3,7-12)

In quel tempo, Gesù, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidòne, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui.
Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo.
Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.

Audio della riflessione

La gente si sposta per i mercati, si sposta per i divertimenti, si sposta per sentire persone significative. Ma molta gente si sposta soprattutto in cerca di speranza. I malati sono spesso questa gente. La ricerca di sollievo alla sofferenza mette in tutti i malati una grande attesa; quando sentiamo che da qualche parte di questo mondo c’è qualcuno che può risolvere le nostre angosce o le nostre malattie facciamo tutti i sacrifici possibili per tentare una possibile strada che ci dà guarigione, che risponde alle nostre sofferenze.

Gesù nel suo pellegrinare spostava le popolazioni che venivano a contatto con la sua Parola, con il suo messaggio nuovo, con la forza con cui accompagnava quanto diceva. E la gente era talmente interessata a Gesù che lo travolgeva, voleva un contatto fisico con lui, dice il vangelo: gli si gettavano addosso per toccarlo. Si è fatto come pulpito una barca così che almeno, parlando da qualche metro dalla riva dal lago, non lo schiacciassero. Non era fanatismo, ma desiderio di dare salvezza alle loro vite, certezza di essere a contatto con Dio e di poterglisi affidare.

Noi guardiamo con supponenza a questa folla che si stringe attorno a Gesù, perché crediamo di essere autosufficienti, di non aver bisogno di un salvatore, perché crediamo che ci salvi la scienza, o il progresso, l’avere denaro e amici. Per le malattie abbiamo gli ospedali, per le depressioni le medicine, per la solitudine le città e le piazze, per i problemi tecnici il progresso, per i contenziosi i tribunali, per gli imprevisti le assicurazioni. Eppure ci riduciamo ancora miseramente a fare la fila dai maghi o dagli spacciatori, ci facciamo incantare dagli imbonitori, abbocchiamo all’ultima moda che ci promette la felicità e l’eternità.

Ma alla fine sentiamo che tutto quanto è in nostro potere non basta. Abbiamo bisogno di un salvatore, anche noi uomini e donne del terzo millennio abbiamo bisogno di Dio, cerchiamo anche inconsciamente, un contatto con Lui. E Dio in Gesù si lascia toccare, già da allora, ma anche oggi, Dio si presenta all’uomo e si fa incontrare in Gesù. Lui si fa incontrare nella quotidianità della nostra vita, nel rapporto tra di noi, nel volto del povero, nella vita sacramentale, nella sua Parola. Le chiese possono essere vuote, ma la sua presenza non si contrae: viene lui a cercarci, perché Dio non ci abbandona mai.

18 Gennaio
+Domenico

Gesù fa il provocatore; quando occorre, ci vuole.

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 3,1-6)

In quel tempo, Gesù entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo.
Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati, vieni qui in mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita.
E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

Audio della riflessione

Trasgressivo, impetuoso o provocatore. Chi? il solito rivoluzionario datato, che esce da qualche centro sociale? Uno squatter che sogna ancora di potersi opporre alle decisioni della globalizzazione? Un giovane senza piedi per terra e arrabbiato con tutti? No, stavolta, non solo ora e non a caso, è Gesù. Dice il vangelo che proprio di sabato Gesù stava in una sinagoga. Proprio di domenica, diremmo noi, Gesù stava in Chiesa per le sue funzioni.

Tra i banchi c’è un importuno che crede di essere arrivato in un ambulatorio con una mano rinsecchita, brutta da vedere, inutile e ingombrante. Non prende, né stringe, non lavora né accarezza, non è più umana. È un peso. Ha sentito parlare di Gesù, sa che fa cose straordinarie e lo insegue. Chi sta male non bada a niente, va pure dal fattucchiere, sperpera tutto quello che ha per ritornare sano, per godere della vita.

Gesù lo vede proprio mentre sta vivendo un momento religioso, liturgico, alto, pieno di dignità. “Mettiti nel mezzo” gli dice. Gira uno sguardo che raggela molto più del professore in cerca della vittima da interrogare. Gli faccio sto regalo della salute, o no? Rimetto vita in questa mano, o no? Tacciono tutti! Stavano pensando: ma non può aspettare domani? questa sorta di monco non può tener duro ancora un poco? E tu Gesù che vedi quanto la gente ormai va in Chiesa solo per interesse, per trarre vantaggi, non puoi farlo aspettare, farlo pregare, fargli capire che Dio sta al di sopra di tutto, che la malattia più grave è quella dello spirito, è il peccato, che una mano rattrappita, a cui si è da tempo abituato, può ben aspettare?

Che ne sarà di questa nostra religione se la scambiano per una spalla su cui piangere? Che ne sarà della Chiesa se la scambiano per un ambulatorio? Che ne sarà della fede se la si baratta per un tornaconto. Gesù s’arrabbia e si rattrista, si altera, perde la calma olimpica dei cinema: occhi azzurri, capelli biondi, passo danzante. Perde il sorriso, si fa triste, non vede amore vede solo formalismo, la presunzione per principio, vede difensori di un Dio che hanno incastrato in comodità umane e dice «stendi la mano». La stese e fu guarito.

Guarda! la religione di Gesù è l’uomo a vita piena ma soprattutto è lui il signore che dispone anche del sabato. Ma se si va avanti così, che cosa resta? Resta Lui da interrogare sempre, su ogni questione della vita. Resta la nostra umanità da riportare alla sua piena dignità.

17 Gennaio
+Domenico

La persona umana è il centro di una unità tra cristiani sempre da invocare

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 2, 23-28)

In quel tempo, di sabato Gesù passava tra i campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe.
I farisei gli dicevano: «Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». Ed egli rispose loro: 
«Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? Sotto il sommo sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!».
E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo  e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

Audio della riflessione

Nel formarci una nostra personalità e nell’edificazione di sè come soggetto umano maturo ed adulto, la legge, le norme, le regole hanno un ruolo ineliminabile: insegnano a non rimanere prigionieri delle proprie pulsioni e dei bisogni immediati e danno, così, l’accesso alla vera libertà.

Se però la legge diventa un idolo, fine a se stessa si trasforma in una gabbia, toglie la verità ai fatti, fa prevalere una visione ideologica, non vera della vita, dà la stura a partiti presi, a incapacità di ragionare sulla verità. Era diventato così l’attaccamento al sabato da parte di molti ebrei al tempo di Gesù. Il sabato per loro, come per noi la domenica, è un giorno grande, bello, rappresentativo. Era l’irruzione del tempo sacro nel tempo profano, il giorno della pace donata da Dio, della pienezza della visione della gioia del suo volto, segno del tempo finale.

Invece un po’ alla volta divenne una legge, come la nostra domenica che è diventata un precetto anziché essere un regalo di Dio, una finestra aperta sull’eternità. Gesù riporta invece tutto alla centralità della persona umana. La religione non è un insieme di riti, di osservanze, di precetti, di obblighi, ma è un aiuto alla verità piena dell’uomo, che è amore

L’uomo non è per la legge, non è per il rito, non è per l’autorità o le istituzioni. Tutte queste realtà sono dei valori, ma sempre relativi all’uomo. Al sistema di osservanze esteriori Gesù oppone una religione fondata sull’amore e sulla libertà della propria vita. L’equilibro non è facile, va sempre cercato nel massimo della verità di se stessi.

Se questo principio salta si diventa fanatici, si fa della religione un motivo di guerra, si creano talebani disposti anche a uccidere per salvare le strutture. Noi cristiani fondiamo la religione sull’amore e per amore siamo capaci anche di morire, mai di far morire. Abbiamo l’esempio in Dio, che ci ha amato fino al dono supremo della vita di Gesù Cristo, per non abbandonarci mai.

Questa centralità della persona ci permette anche di accogliere un altro grande insegnamento per essere veri cristiani: l’unità. La persona è un esempio di questa unità, della distinzione dello scopo di ogni parte di essa e della necessità che ci sia un’armonia. La mano, fa la mano, il piede fa il piede e così ciascuna parte. San Paolo ce lo indica con grande sicurezza e capacità di convinzione. E noi continuiamo a richiamarci a questo dono che dobbiamo implorare da Dio: lo chiamiamo unità, lo fondiamo sulla comunione, lo viviamo nella nostra faticosa dispersione.

E’ un dono osteggiatissimo dal demonio che fa man bassa dei cristiani senza che se ne accorgano anche con le migliori intenzioni. Ma se non siete uniti che missione intendete fare? Avete sempre in voi il principio del divisore e lui trionfa non il Signore Nostro Gesù Cristo. La divisione il demonio ce la fa chiamare rispetto dell’identità, autorealizzazione, vocazione specifica, ruolo indispensabile,  bellezza della varietà; solo che ha altri nomi più banali invece: superbia, egoismo, autosufficienza, interesse personale, culto di sè se non addirittura fame di danaro e di potere. L’unità invece è luce, pace e gioia nello Spirito, che sono assolutamente doni di Dio da invocare. Per questo siamo stati preceduti da Gesù che prima di morire pregò appassionatamente per la nostra unità. E noi siamo ancora ben lontani dal goderla e farla godere all’umanità

16 Gennaio
+Domenico

Una vita fatta di pezze non è più sopportabile

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 2,18-22)

In quel tempo, i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Vennero da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno.
Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!».

Audio della riflessione

Le strade in ogni scorcio di inverno ogni tanto devono venir rattoppate; piove, nevica, ghiaccia, si apre una buca, se ne apre un’altra, ripiove…. le elezioni sono ancora distanti… si passa allora a riempire le buche, a mettere pezze all’asfalto. Sono fatte ad arte, sono anche decorative, ma sempre pezze sono. In casa piove ogni volta che fa cattivo tempo e si sale sui tetti a spostare tegole, a mettere pezze. La prossima volta pioverà da qualche altra parte e si tornerà a metterne un’altra. Ieri ogni casalinga andava a scuola da qualche sarta per imparare a mettere le pezze nei pantaloni: era un’arte molto apprezzata. Nelle nostre vite spesso sregolate ogni tanto abbiamo il coraggio di mettere qualche pezza per non far vedere i buchi che hanno. E’ l’arte dell’adattamento, del non decidersi mai a cambiare, a progettare, a prendersi con coraggio in mano una situazione e impostare tutto secondo un piano, a cambiare radicalmente.

Gesù ha in mente questo continuo mettere pezze alla vita e dice: non si mettono pezze nuove su un vestito vecchio o vino nuovo in otri vecchi: occorre un vestito nuovo, una botte nuova; altrimenti il poco di nuovo che siamo riusciti a mettere assieme nella vita andrà a male.

Noi siamo specializzati nell’arte di mettere le pezze, di continuare a turare i buchi, di stendere veline su voragini di umanità, su ogni buca una botola, pur sapendo che le buche si spostano come quelle delle talpe nei prati. Mettiamo pezze dappertutto per poter vivere una vita decente. Non si tratta di restauro, ma di adattamento al ribasso.

Certo quando si fa una casa nuova o la si rimette a nuovo bisogna affrontare spese, preoccupazioni, fastidi. Occorre entrare in una nuova mentalità, distaccarsi dalla assoluta necessità dei tuoi angolini in cui hai ammassato tutti i tuoi ricordi che sono diventati una zavorra da cui non ti vuoi staccare, osare qualche soluzione diversa… è sempre più facile rabberciare. Nella vita spirituale Gesù ci dice che occorre avere il coraggio di cambiare, di fare un salto di qualità. Può essere la vita di famiglia, la vita affettiva, l’atteggiamento di rapporto con i compagni di scuola o di lavoro. Novità di vita è la parola d’ordine. Gesù questa speranza la dava ai suoi ascoltatori.

E io oggi questa speranza la trovo nella Parola di Dio incarnata nella vita quotidiana, la percepisco in chi soffre con coraggio per gli altri e ne attende la salvezza, in chi ha il coraggio del perdono dopo offese brucianti, in chi accetta di perdere, per conquistare il dono della misericordia e del saper perdonare sempre.

15 Gennaio
+Domenico

Chiamati a fare squadra con Gesù

Riflessione sul Vangelo del giorno (Gv 1,35-42)

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro – dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Audio della riflessione

Ogni persona ha una sua forte identità, ma la costruiamo nel confronto, nel dialogo, nello scambio di sentimenti, nel coinvolgimento con altri. Ciascuno di noi ha bisogno di un tessuto di relazioni per vivere, per orientarsi nelle scelte, per crescere, per dare alla sua esistenza una direzione, per sentirsi pienamente persona. Soprattutto poi se si tratta di portare avanti progetti, lanciare messaggi, convincere, abbiamo bisogno di fare squadra.

Gesù si trova lanciato sulla scena della vita del popolo di Israele con un perentorio: Ecco l’agnello di Dio, che a noi ricorda un gesto liturgico quotidiano, ma che alla gente radunata sulle rive del Giordano da Giovanni è apparso come la fine di una attesa forse un po’ confusa. Sei tu che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro? Eccolo colui che stiamo aspettando. Io ho finito la mia parte, il futuro è dalla sua.

E i discepoli di Giovanni si fanno discepoli di Gesù: lo seguono, cambiano guida, prima da curiosi, poi da veri appassionati: Dove abiti? Che fai? Che vita vivi? Possiamo condividere con te il nostro tempo, la nostra ansia, le nostre aspettative? Hai per noi una risposta alle molte domande che ci facciamo? Abbiamo deciso col Battista che non si può stare inerti ad aspettare, ora che la nostra attesa sembra approdare a te, vogliamo stare con te.

E Gesù con un venite e vedete, comincia a formare la sua squadra, comincia a chiamare esplicitamente a far parte del suo regno, inizia a formare i nuovi ministri. Quelli del tempio sono stati molto utili e necessari fino ad oggi, ma ora vi chiamo io, vi scelgo io, vi voglio stare cuore a cuore per prepararvi a donare il mistero della salvezza, per farvi entrare in comunione con il Padre, che è Dio l’altissimo.

E’ un bellissimo incontro tra la volontà dell’uomo e la chiamata di Dio. Gli uomini, in questo caso gli apostoli con un tam tam inarrestabile si passano la parola, si comunicano la gioia di una amicizia cercata a lungo e trovata; e Gesù trasforma la curiosità, la generosità, la voglia di avventura in una chiamata esplicita, in una missione che diventa concreta anche a partire dal cambiamento di nome; tu ti chiamerai Pietro, non più Simone.

E’ il mistero di ogni vita: cercatori e chiamati, liberi e convocati, spontanei e orientati, affascinati e impegnati esplicitamente. Spesso ci domandiamo chi essere nella vita, come posso capire a che cosa sono stato chiamato, quale è la mia vocazione? È una ricerca delicata perché la chiamata di Dio si sposa sempre con la ricerca dell’uomo, con la sua intelligenza nel capire i segni che Dio ci lascia e che ci testimoniano che non ci abbandona nemmeno nella scelta del nostro futuro.

14 Gennaio
+Domenico

Ciascuno di noi è chiamato da Dio a fare una scelta di fondo per la nostra vita e per la vita del mondo.

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 2,13-17)

In quel tempo, Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Audio della riflessione

Qual è la vera strada della mia vita? C’è qualcuno che mi aiuta a trovare la strada giusta? C’è un satellitare infallibile?

Spesso, forse, stiamo in attesa che sia qualcun altro a decidere per noi per non caricarci della responsabilità della scelta e così scaricare su altri i nostri fallimenti… Qualcun altro, invece, non si pone tanti problemi di scelta: ha trovato due o tre occasioni, le ha seguite; una gli sembra buona e se ne sta tranquillo a vivere di rendita. E’ una vita “senza infamia e senza lode”, come tutte del resto: “non faccio niente di male, niente di speciale, ma io sto bene: ho amici, ho fascino, ho soldi, che vuoi di più?”

A un certo punto però si accorge che c’é qualcosa che non quadra nella sua esistenza, oppure viene posto con evidenza di fronte a una “luce”, a un’intuizione, a una verità, che gli fa cambiare radicalmente strada. Gli si aprono gli occhi, percepisce dentro una voce, una spinta, che non lo lascia tranquillo. Levi, era uno di questi: pacifico, stava a contare i suoi soldi in banca, a spostare denaro, a fare bonifici, aveva un lavoro fisso, disprezzato da tutti perché se la intendeva – per forza di cose – con i Romani che occupavano la Palestina; un avvenire sicuro, una cerchia di amici della stessa risma che gli faceva da cortina di fumo per non vedere i problemi, qualche bella cena, qualche buona avventura e guadagno sicuro. Della rispettabilità non gli importa, tanto per soldi tutti si creano una maschera e fatto tacere a pagamento – se fosse possibile – anche la coscienza.

Ma un giorno, al banco dove sta contando euro a non finire, gli capita Gesù che punta su di lui il suo sguardo, il dito, la sua Persona, la sua voce perentoria, tutto il suo fascino, e gli dice: “Seguimi!”.

E’ un fascio di Luce, un dito puntato, uno stupore, una sorpresa… “Ti serve qualche donazione per i quattro straccioni che ti seguono dovunque vai? Hai progetti ambiziosi che ti posso finanziare?”

Ma Gesù non è venuto a chiedere le sue cose, ma la sua stessa vita! L’ardore del suo lavoro, l’intelligenza dei suoi pensieri da applicare al suo Regno, non a quello di “Mammona”, o dei soldi…

E Levi, capisce: “proprio me chiami? E’ me che vuoi? Con tutti i banchieri che ci sono, ti rivolgi proprio a me?” E alzatosi, messosi diritto davanti a Gesù, davanti alla Vita, davanti ad un nuovo futuro, nella dignità di tutta la sua umanità provocata a risorgere da questo invito, lo seguì.

Gli è andato dietro: lo ha messo davanti a sé come una mèta, una forza irresistibile, una luce abbagliante, un calore confortante, ed è diventato Apostolo mandato ad annunciare, non più seduto a contare. Continua ancora la sua vita di relazione, ha ancora i suoi amici e sicuramente deve giustificare con loro perché abbandona la sua ricca posizione sociale per correre dietro ad un predicatore che non si sa quanto sia raccomandabile… sta di fatto che vuole che Gesù incontri questa sua potente fasciatura, tutto il mondo di pubblicani che lo accerchia. E Gesù va’, con grande scandalo dei ben-pensanti, a sradicare certezze e a portare la sua speranza.

Gesù non disdegna nessuna delle nostre mense, si fa compagno di tutti e non ha paura! Vuole solo la nostra felicità: vi vede spaesati, ma Lui vi aiuta ad alzare lo sguardo al Cielo. E’ venuto per loro, non per stare nelle sacrestie del tempio a morire di fumo di animali bruciati.
Questo Gesù passa ancora per banche e agenzie, per fabbriche e uffici, per borse-valori e università, e punta il dito e ci dice “Seguimi!”

Se lo ascolti, avrai trovato la strada della felicità!

13 Gennaio
+Domenico

Solidarietà, convinzione, fratellanza.

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 2,1-12)

Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». 
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

Audio della riflessione

Lui era ammalato ed immobilizzato: la malattia, da un po’ di tempo, lo teneva incollato al letto, paralizzato. Lo chiamavano “il paralitico”. Era disperato, la sua vita era segnata per sempre, ma aveva quattro amici, otto gambe, otto braccia e quattro cuori che facevano il tifo per lui!

“Fatti coraggio, ci siamo noi ad aiutarti; per quel che ti serve, conta pure su di noi. Abbiamo lavorato insieme, ci siamo divertiti, e ci si è spezzato il cuore quando abbiamo dovuto recuperarti, senza più forze per sempre, ma non ti possiamo abbandonare”.

Ed è questa amicizia che scatena il miracolo, la fede, la salvezza.

“Ti abbiamo sempre aiutato, vuoi che ora non ti portiamo da Gesù? Di lui tutti dicono che ha un cuore tenerissimo, ha guarito dalla lebbra e ti ricordi poi quel cieco che ogni tanto urlava la sua rabbia e la sua fame? Ebbene, oggi ci vede e non sta nella pelle dalla gioia! E tu, da Gesù, ti portiamo noi”

Ve l’immaginate questi amici, con la solidarietà che hanno in corpo, se stanno a far la fila, a ritirare lo scontrino che fissa la precedenza, a recedere perché l’ambulatorio è chiuso o non ha più spazio?

“Ti caliamo dal tetto, proprio davanti a Gesù! Tanto a Pietro glie lo rifaremo nuovo e per fortuna che è un poveraccio come noi e non ha fatto la soletta, né il soffitto, né il controsoffitto”.

Scoperchiarono il tetto nel punto dove Egli si trovava, dice il Vangelo.

Gesù si vede calare davanti agli occhi il dolore fatto persona, un corpo paralizzato, una vita imprigionata che gli taglia la Parola che stava annunciando – gli interrompe l’omelia, diremmo noi – gli nasconde l’uditorio e stizzisce gli Scribi che erano riusciti a segregarlo per un seminario di studi sulla Torah o su qualche iota o apice della Legge.

Coma fa Gesù a non rispondere alla provocazione di questa fede, di questa solidarietà; alla pressione incontenibile di questa domanda e all’invocazione di questa vita?

“Ma voi pensate che io sia un guaritore da quattro soldi? Che sia uno sciamano che a Nazaret ha ereditato un po’ di magia?”

“Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati”. E’ questo male profondo che io sono venuto a sradicare dal cuore; non sono specializzato in neurologia o traumatologia; non mi scambiate per un ipnotizzatore. “Prendi il tuo letto e cammina: la tua vita è diversa!”. E per significarti che sei cambiato dentro, ti riconsegno ai tuoi quattro amici con una vita piena, una salvezza che non potrà non contagiare quelli che incontrerai.

E il tam-tam della salvezza ha cominciato a diffondersi attraverso questo paralizzato con il letto a traino, con una vita nuova fuori e soprattutto dentro.

Il male più grande è il peccato, è aver reciso la vita dalla fede. Per noi adulti di oggi è aver ridotto Gesù Cristo a un nome, a una religione come le altre, a una pia tradizione.

12 Gennaio
+Domenico