Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 1-8)
«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
Audio della riflessione
Non abbiamo in noi il principio del nostro essere. Siamo un mistero a noi stessi, non riusciamo a trovare ragioni sufficienti di vita se non in una relazione, nella percezione di una linfa che scorre dentro di noi e che ha la sorgente fuori di noi. Io sono la vita, voi i tralci se rimanete in me, farete frutti, la vostra vita non sarà vuota. La vita è un bene “indisponibile”; l’uomo lo riceve, non lo inventa; lo accoglie come dono da custodire e da far crescere, attuando il disegno di Colui che lo ha chiamato alla vita; non può manipolarlo come fosse sua proprietà esclusiva.
Viviamo un’epoca nella quale l’uomo non crede più alla centralità di Dio nella storia, all’essere Lui l’unico liberatore e salvatore. I salvatori si sono moltiplicati e, moltiplicandosi, si sono relativizzati. Con la perdita della fede in Dio, invece di non credere più a nulla, si crede a tutto. E’ proprio vero che quando si eclissa Dio spuntano gli idoli, la religiosità diventa superstizione, l’uomo smarrisce il senso della sua dignità e del suo destino.
Ricorderò sempre quello che Giovanni Paolo II rispondeva ai giovani kazaki, che gli domandavano chi sono io per te Papa Giovanni: Il papa rispondeva: “tu sei un pensiero di Dio, tu sei un palpito del cuore di Dio, tu hai un valore in certo senso infinito, tu conti per Dio nella tua irripetibile individualità”. Proviamo a ripensare a queste parole quando rispondiamo ai complimenti con gli insulti, alle domande coi grugniti, alla vita con la bestemmia, ai problemi con gli acidi, alle invocazioni di aiuto con idiozie e ai ragionamenti con le nostre paranoie.
E’ sempre vero che bisogna comportarsi bene, ma il cristiano non è colui che si comporta bene, ma è colui che sa di essere amato da Dio, che si lascia amare da Dio, che ha il coraggio di starlo a guardare, di rimanere con Lui, di stare cuore a cuore con Lui. “Venite in disparte e riposatevi un po’, passate di qua quando non ne potete più e avete giù la catena e non capiterà mai che io abbia qualcosa d’altro da fare che abbracciarvi, ascoltarvi, coccolarvi”.
Noi siamo rami, non siamo la pianta; “senza di me, dice Gesù, non potete far nulla”. I santi hanno cominciato a diventarlo, quando hanno capito che dovevano lasciar fare a Dio, si dovevano fidare ciecamente di lui. E’ Lui che va messo al centro, è Lui che conduce la vita e la storia di ciascuno di noi, non senza la nostra partecipazione. Se ci convinciamo che il Signore ci vuole un mondo di bene, non ci scoraggia più nessuno e nessuna situazione della vita.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 27-31) dal Vangelo del giorno (Gv 14, 27-31)
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
La parola pace è di quelle che evocano infinti pensieri di “benessere”, di tra
La parola pace è di quelle che evocano infinti pensieri di benessere, di tranquillità, di serenità, calma, tranquillità, distensione, soprattutto assenza di guerre, visti i tempi in cui viviamo.
Ancora molti pensano che la guerra è una realtà necessaria invece, che ci deve per forza essere, che serve a risolvere i problemi, il contenzioso, a punire i reprobi, a fermare i terroristi … purtroppo, e ce ne stiamo facendo una esperienza personale, tutte le volte che si inizia una guerra per ristabilire l’ordine, si crea un disordine più grave e non se ne vede mai la fine.
Papa Francsco e tutti i papi, hanno sempre consigliato, supplicato i capi dei popoli di non ricorrere alla guerra per risolvere i problemi, ma non li ha mai ascoltati nessuno… nessuno li ha mai ascoltati, tanto più che oggi le guerre sono diventate molto più distruttive e coinvolgono non solo quelli che fanno il mestiere della guerra, ma bambini e persone innocenti: è utile vedere come in queste ultime guerre le persone meno colpite sono proprio i soldati e la potenza di fuoco si scarica maggiormente sui civili.
Tutto … per ottenere la pace: infatti gli eserciti non sono più chiamati i professionisti della guerra, ma i difensori della pace, i portatori di pace.
Gesù giustamente dice: “vi lascio il dono della pace, ma non come la dà il mondo”.
La sua è la pace che va alla radice, è quella del cuore: è la dimensione del dono, della giustizia, della remissione del torto, la pace con Dio, la cancellazione della cattiveria dal nostro cuore, la pienezza di vita che non desidera altro che esprimere l’amore.
La pace nel mondo ci sarà quando saremo tutti disposti in coscienza a perdonare, quando la nostra bontà sarà tale da far cadere le armi dalle mani di chi le impugna.
Sembra impossibile come lo è tutto quello che Dio promette e fa.
Del resto anche solo nel secolo che ci ha preceduto nessun europeo pensava che ci potesse essere pace tra Francia, Italia, Germania, Inghilterra… Oggi più nessuno invece pensa anche solo lontanamente che qualsiasi controversia tra noi venga risolta con la guerra.
Vuol proprio dire allora che è possibile fare un percorso, entrare dentro una prospettiva, sprigionare tutte le forze possibili che abbiamo: se maturiamo come uomini, se lasciamo parlare in noi il cuore di Dio e se ne accogliamo la sorgente, la sorgente della Pace è Lui.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 6.12) dal Vangelo del giorno (Gv 14, 6-14) nella festa dei Santi Filippo e Giacomo
Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.
Audio della riflessione
Sono tante le cose di cui ci dobbiamo preoccupare per vivere bene, per condurre una vita decente: avere buoni rapporti con tutti, offrire la nostra solidarietà a chi ne ha bisogno … ma ce ne sono tre che sono indispensabili:
conoscere la strada della vita, conoscere cioè che un percorso da fare per condurre una vita buona, felice, soddisfacente …
essere sicuri di camminare secondo verità, difendendoci dai facili inganni in cui altri ci attirano, e …
vivere veramente, non solo sopravvivere o vivere di risulta.
La frase perentoria di Gesù “Io sono la via la verità e la vita” risponde a questo bisogno fondamentale di ogni esistenza!
Spesso non sappiamo che fare, ci troviamo come in un deserto o nel mare senza bussola: non ci sono strade, non c’è freccia, siamo nella nebbia, con la fastidiosa sensazione di esserci perduti, o di trovarci in un posto invece siamo in un altro …
La nostra esistenza è diventata un intrigo di proposte, di sollecitazioni, di esperienze contraddittorie: “Che devo fare, che strada prendo nella mia esistenza?” Soprattutto chi è giovane si trova di fronte a una eccedenza di opportunità che vengono sempre meno e non sa che cosa scegliere.
Avere qualcuno che ti indica quale è la strada è veramente molto importante … ebbene Gesù dice: “Io sono la via. La strada giusta della vita passa da me, io sono meglio di ogni tuo satellitare.”
Vederlo come via non significa aver trovato la cartina geografica o stradale, ma aver percepito in Lui la certezza di un percorso di felicità e di una compagnia sicura per raggiungerlo, per costruirlo, per farlo: non ci indica solo la strada, ma è Lui stesso la strada.
Lui è anche la verità! Il problema di oggi sembra essere la libertà: fare quel che si vuole, andare dove si vuole, ma il vero problema è di sapere se siamo veri o falsi, nella verità o nella falsità.
Persone compiacenti che ci isolano in un pietoso inganno ce ne sono sempre tante e sono troppe … abbiamo invece bisogno di sentirci dire sempre chi siamo e che cosa possiamo fare, quali cose dobbiamo cambiare, se la nostra strada è quella giusta, se la nostra vita è impostata bene.
Gli amici purtroppo spesso non hanno coraggio per non offenderci.
Gesù è l’amico che sta sempre dalla parte della verità e per questo allora diventa la nostra vera vita, la vita di quel Dio che non ci abbandona mai.
Una riflessione esegetica sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 16,12-15)
Lettura del Vangelo secondo Giovanni
12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13 Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14 Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. 15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà.
La nostra vita pasquale ci orienta all’attesa dello Spirito Santo che si compirà a Pentecoste. Infatti del giorno di pentecoste si dice: mentre si compivano i giorni di Pentecoste…Il che significa che la Pentecoste è vissuta molto di più nella sua attesa che nella celebrazione, perché il successivo svilupparsi della vita del cristiano e della chiesa sarà sempre tempo dello Spirito Santo. Non c’è una settimana di Pasqua come abbiamo fatto fino alla domenica successiva, per la Pentecoste. Tutto diventerà in seguito tempo ordinario, cioè vita guidata dallo Spirito Santo, dono di Gesù per sempre. Tentiamo ora di renderci ancora più concreta nelle nostre vite la sete, il bisogno, il dono della presenza dello Spirito Santo
Abbiamo bisogno di luce.
Noi tutti abbiamo occhi per vedere; la realtà si fa presente attorno a noi: le cose, la natura, le bellezze del creato esistono, sono alla nostra portata. Abbiamo occhi per vedere: belli, perfetti, senza cateratte, senza bisogno di occhiali per correggere miopie o ipermetropie, ma se non c’è la luce noi non le possiamo vedere. La luce la diamo sempre per scontata, ma quando siamo al buio restiamo disorientati, ciechi. Chiedo spesso quando celebro il Sacramento della Cresima dei giovani, che cosa ci manca per vedere se abbiamo cose meravigliose tutte alla nostra portata, occhi sanissimi e bellissimi..? a nessuno viene in mente di dire che è necessaria un’altra realtà decisiva: la luce.
Ebbene lo Spirito Santo è la luce, è quella realtà indispensabile perché possiamo non solo dare possibilità agli occhi di fare il loro compito, ma di vedere in profondità tutta la realtà, che senso ha, che cosa ci sta dentro e sotto, perché abbiamo a capire, che punto di vista migliore scegliere, che attenzione avere…che cosa dobbiamo fare, che strada prendere per essere felici, che compagni di strada abbiamo per ogni nostro sguardo…
Abbiamo bisogno di forza
Noi tutti abbiamo muscoli, gambe, braccia, abbiamo un corpo, ma non ne possiamo fare niente se non sentiamo dentro la forza. A mano a mano che invecchiamo cominciamo a far fatica a salire le scale, diciamo che le gambe non ci reggono più, eppure ci sono, che non ce la facciamo più a sollevare pesi eppure abbiamo ancora mani e braccia. Sopperiamo con una sedia a rotelle o con l’ascensore e così perdiamo del tutto la mobilità. Ci manca la forza.
Ebbene lo Spirito Santo è la forza per essere cristiani nel mondo di oggi. Se non c’è Lui noi non riusciamo a fare le scale della vita. E che scale presenta la vita, che difficoltà, che pesi occorre portare! Quante volte siamo tentati di scaricare i pesi sugli altri o ci immobilizzano spiritualmente nell’adattamento, nella perdita di speranza, nel parlare sempre all’imperfetto o coi verbi del passato e concludiamo con la parolaccia: ormai
Abbiamo bisogno di libertà
Noi siamo contenti di non avere catene ai polsi, di non essere costretti agli arresti domiciliari, di non dover misurare il perimetro di una cella, ma non è sufficiente per godere la libertà. Occorre avere dentro una convinzione, sentirsi capaci di autonomia, di iniziativa personale. La prigione spesso ce l’abbiamo in testa, perché siamo legati da passioni sbagliate, da desideri insani, da vizi, da cattive abitudini. I mass.media spesso ci cuociono il cervello., internet è una palestra in cui bisogna sempre fare scelte di bellezza e di bontà vere. Siamo come i tossici che dicono smetto, ce la faccio e poi sono dallo spacciatore tutti i giorni con gli euro rubati per la dose.
Ebbene lo Spirito è la libertà, è la forza interiore che ti fa superare le dipendenze dal male, che ti offre in cambio della schiavitù, la libertà interiore. Che ti dà orizzonti nuovi di vita, ti convince di peccato così che invochi il perdono e te lo garantisce. E’ Lui che, rotta la catena che ci tiene legati, riempie di speranza la vita, offre consapevolezza di avere un Padre che ci ama e non un controllore che ci redarguisce ogni volta che sbagliamo.
Abbiamo bisogno di saggezza
Sperimentiamo nella nostra vita una continua e faticosa crescita e assestamento della capacità razionale. Da soli, però, non riusciamo a tenere testa a tutte le sollecitazioni della realtà, a rispondere a tutti i nostri perché, in una logica stringente. Ci rendiamo conto che siamo incapaci spesso di capire che ci sono altri lati della vita che non si risolvono solo coi ragionamenti. Abbiamo bisogno di saggezza, di sapienza, di penetrare più in profondità nei misteri dell’esistenza.
Ebbene lo Spirito Santo è questa saggezza che ci aiuta a mettere davanti a Dio tutti i nostri ragionamenti e illuminarli dai suoi punti di vista, dal punto di vista del vangelo, dalla sua presenza capillare nei meandri della vita, della nostra vita e della vita del mondo.
Infatti abbiamo sentito che cosa dice Gesù dello Spirito Santo: Egli vi guiderà alla verità tutta intera, vi annunzierà cose future
Abbiamo bisogno di amore
Siamo forse cresciuti troppo rapidamente quando abbiamo visto: crescere forza nei muscoli, un po’ alla volta avere un corpo di cui essere soddisfatti; si è sviluppata la nostra sessualità, una prestanza fisica, siamo anche rimasti soddisfatti di una dignitosa presenza; ma a che cosa sarebbe servito tutto questo apparato, tutto questo bel impianto se dentro la nostra vita un giorno o l’altro non fosse scoppiato l’amore e non avessimo fatto percorsi seri per custodirlo e donarlo?
Ebbene lo Spirito Santo è l’amore, è colui che colora di significati profondi la nostra vita, le dà un’anima interiore. Rende bella la vita dall’interno. Questo amore non si sviluppa col trucco, con i vestiti, ma con la presenza di chi ha inventato l’amore: lo Spirito.
In questo tempo ci stiamo sintonizzando, preparando a una nuova invasione dello Spirito nella nostra vita quotidiana, a questa nuova creazione dell’uomo, a questa firma che Dio mette sulle nostre esistenze e siamo contenti di condividere con tutti la nuova avventura del rischioso mestiere di vivere. La nostra società ne ha bisogno, la pandemia deve essere colorata dai doni che ci fa lo Spirito. Lo Spirito Santo non teme distanze fisiche o sociali, non è soggetto a vaccini, non è mai stato in lockdown e tanto meno ci lascia nella solitudine, fosse anche quella della terapia intensiva. Abita in noi già dal battesimo, è stato riconfermato con la Cresima e non molla nessuno mai.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 1-8)
«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
Audio della riflessione
Spesso ci sembra che manchi qualcosa alla nostra esistenza quotidiana. Ho un comportamento corretto, una vita regolare, mi par di essere onesto nel lavoro, pago pure le tasse, che non è cosa da poco, non mi lascio impelagare in avventure strane. In questa pandemia non mi sono mai scoraggiato. Eppure hai l’impressione che manchi un perno, ti pare di girare a vuoto di sentirti sterile, scontato, di non produrre bontà.
La spia che c’è qualcosa che non funziona, e che è diventata la malattia del secolo, è che perdi spesso la pazienza, che troppe volte t’arrabbi, magari urli, perdi le staffe, vola qualche parola di troppo. Credi di avere in mano tu la vita e quando ti sfugge t’arrabbi per cambiarle il corso; invece resta come prima, con qualche coccio da ricomporre. Ma noi siamo tralci, non siamo la vite; noi siamo rami, non siamo la pianta; “senza di me, dice Gesù, non potete far nulla”.
Non abbiamo in noi il principio del nostro essere. Siamo un mistero a noi stessi, non riusciamo a trovare ragioni sufficienti di vita se non in una relazione, nella percezione di una linfa che scorre dentro di noi e che ha la sorgente fuori di noi. Io sono la vita, voi i tralci se rimanete in me, farete frutti, la vita non sarà vuota. Rimanere è un verbo che la nostra vita, moderna non conosce più. Oggi si esige il fare, l’organizzare, telefonare, far sapere, gestire, costruire, riunire, coordinare tabelle, confronti. Avere sempre campo per il cellulare. Gesù dice: rimanete; datevi una calmata ritrovate la bussola, il centro; tendete l’orecchio alla Parola, a una buona notizia, al vangelo. Non occorre perdere la pazienza. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.
Pianta e rami, vite e tralci, sorgente e ruscello, sono abbinamenti che non possono stare slegati. Non scorre acqua se il ruscello non è legato a una fonte viva, non scorre vita se un ramo non è attaccato alla pianta, non c’è possibilità di dare un grappolo se un tralcio vien staccato dalla vite. Non c’è bontà nell’uomo se non sta attaccato al sommo bene; non c’è amore nell’uomo se non sta attaccato alla sorgente dell’amore che è Dio. Il mondo è tutto una serie di interazioni, di collegamenti, di fili che non legano, ma fanno circolare vita. La nostra autosufficienza vorrebbe che tutto partisse da noi. Noi siamo la bontà, e non ci accorgiamo che da soli sappiamo soltanto essere cattivi; noi siamo la gioia e non ci accorgiamo che ci caratterizza di più la noia; noi passiamo per generosi, invece ci caratterizza di più l’egoismo. Abbiamo perso la strada della sorgente, dobbiamo risalire il fiume della vita e avere il coraggio di ritrovarne la fonte.
Ecco perché tanti santi non smettevano di pregare: stavano sempre in contemplazione e in contatto diretto con la sorgente; avevano la coscienza che solo guardando a Dio intensamente ne potevano accogliere il dono. Abbiamo tanti mezzi per risalire alla fonte: la preghiera, l’ascolto della Parola, la liturgia, la contemplazione delle opere di Dio, la stessa accoglienza del povero. Quante persone si sono ritrovate piene di vita perché hanno avuto il coraggio di stare con i poveri, di amarli e li hanno visti come sorgenti da cui scaturiva l’amore di Dio.
Quando sperimentiamo aridità, vuol dire che il tralcio si è staccato dalla vite, significa che non comunichiamo più con Dio, ci siamo riempiti troppo di noi, abbiamo sostituito la sorgente con pozzanghere, per comodità, per abbassamento del gusto del vero e del bene. Vivere la vita di grazia non è un automatismo, ma una apertura costante alla luce di Dio, una decisione radicale di stare dalla sua parte, di lasciarci invadere dal suo stile di vita, dalla sua grazia. Non solo, ma non riusciamo nemmeno a immaginare quanto bene Dio può far nascere dalla nostra debolezza, dalla nostra incapacità, dalla nostra stessa malattia, dalla povertà. Dio, il suo regno lo costruisce con le nostre fragilità; con queste sa ridare vita ad ogni morte del cuore e dello spirito, del mondo e delle sue strutture.
Ogni uomo ha progetti di vita: per un po’ di tempo, quando è ragazzo, sogna, li confonde con le “veline della Tv”, con le figure eroiche dello schermo, con gli atleti di uno sport, con le professioni “patinate” … poi un po’ alla volta si costruisce ideali concreti, mette in fila allenamenti, studi, ricerche, sforzi per dare corpo ai sogni, per dare gambe e cingoli alle sue aspirazioni.
Io immagino Giuseppe, San Giuseppe, un giovane così: un lavoratore, un carpentiere come dice il vangelo; un giovane che accetta la vita, la vede come un campo di prova e una occasione di felicità semplice, autentica … e dentro questo suo progetto ci sta l’amore: il desiderio di donare il cuore a una ragazza, di affrontare con lei le sfide della vita, le semplici gioie di uno sguardo negli occhi, di un tenero affetto nei corpi, di fare una famiglia, di spendere i suoi sentimenti nella storia di un amore pulito, nella intimità di una …. casa; e incontra la ragazza del cuore, e comincia a dare concretezza ai sogni.
La ragazza è Maria: Decide di sposarla.
Ogni popolo ha le sue usanze, i rapporti con i genitori da curare, le tradizioni che accompagnano il nascere di una famiglia, i tempi di attesa per vivere assieme.
Gli affetti accolti e donati per costruire una famiglia non sono fatti esclusivamente personali, sono parte integrante della vita di una comunità, dell’intreccio di relazioni delle famiglie.
E’ sempre un gioco – insomma – tra interiorità e intimità da una parte e comunità e società dall’altra.
Proprio in questo tempo bello e progettuale Giuseppe vede che Maria si porta un segreto che lo sconvolge: aspetta un bambino e non è il suo.
La sua umanità tesa al progetto, alla realizzazione del sogno della sua vita ha un appannamento: non vede più chiaro, si sente scavalcato da qualcosa che subito immagina di grande; non si adatta all’interpretazione più banale, ma scava nella sua storia di amore con Dio e di amore di Dio verso il suo popolo la ricerca di una risposta. Affida alla sua fede e non ai suoi risentimenti o alle interpretazioni facili e denigratorie in cerca di una magra consolazione.
Si fa una domanda lancinante: che vuole Dio da me? Il mio bel progetto non è il suo. C’è qualcosa d’altro.
Ferma allora la sua storia, offre a Maria il massimo rispetto e dignità di scelta: la vuol rimandare nel segreto. Tutto deve rimanere nella coscienza pulita sua e nella storia inaspettata, ma sicuramente scritta in Dio, che sta vivendo Maria. Tanto la stima e le vuole bene!
Ferma i suoi sogni e ne aspetta altri. E Dio vede la sua forte fede e gli svela il segreto: “Non temere Giuseppe, sei proprio un giusto, non avevo alcun dubbio sulla tua integrità. Ti affido Maria, si porta in grembo il Figlio di Dio, la sorgente di quell’amore che riempie la tua esistenza e quella del mondo.”
La comunità cristiana che tutti ritengono bacchettona o intrigante, non ha mai taciuto questo dramma di un uomo e ha sempre davanti a tutti proclamato questa fede nell’intervento di Dio nella vita di una donna.
Il figlio nato come uomo è figlio di Dio e la fede di Giuseppe è una fede rocciosa, forte, decisa, matura, consapevole: lui sarà la spina dorsale della vita di Gesù, colui che gli insegnerà a parlare, a definire i suoi sentimenti, a forgiare il suo carattere, a stabilire rapporti belli con tutti, a dialogare con Dio; sulle sue ginocchia Gesù ha imparato a leggere le Scritture, si è preparato ad affrontare la croce, la sofferenza, la stima della dignità di ogni persona, la semplicità della vita, la fantasia delle sue parabole …
Averlo come protettore del mondo del lavoro, come custode di ogni lavoratore e di ogni lavoro è più di una sicura speranza: è un investimento certo, perché ci assicura che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” nella storia, hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza.